Hors Satan


Hors Satan, all'esterno di Satana: ma non ancora dentro Dio, piuttosto al margine, al confine, nello sfioramento e nella vicinanza, quindi non proprio l'assenza ma qualcosa che qui è assente. Un gesto estremo di riflessione cinematografica, dunque, realizzato prima di tutto attraverso lo spoglio del superfluo, con una mise-en-scène francescana e un realismo così radicale (e ricordo che Dumont, in Camille Claudel, 1915, metterà in scena dei veri e propri malati di mente per impersonare i pazienti dell'ospedale psichiatrico in cui è ambientato il film) da mettere i brividi, perché Dumont vuole dialogare con lo spettatore e, per farlo, ha bisogno di incontrarlo e non di scontrarlo o destabilizzarlo, ma raggiungerlo frontalmente, evitare estetismi narcisistici e parlare di Dio da essere umano a essere umano. Da qui, la sinossi glabra e lavorata ai bordi, al centro della quale c'è quello che ha tutta l'aria di essere un Dio o una specie di messia, comunque qualcuno che è al di là del bene e del male e che (ri)porta questo al di là etico nell'al di qua che conosciamo e viviamo, operazione, questa, che assomiglia non tanto a quella di chi tenta di riportare il cielo a livello terrestre quanto a quella condotta da Nietzsche ne La genealogia della morale, ovvero una trasvalutazione di tutti i valori che ha per fine il principio neutrale da cui, attraverso valutazioni, discendono concetti morali (il bene e il male), estetici (il giusto e l'inguisto) eccetera: l'assenza di morale, insomma, ovvero l'assenza di valutazioni morali, perché in Hors Satan non esiste il bene così come non esiste il male, esiste soltanto il dolore della perdita, l'essenza dell'assenza e il valore di questo marginale che circoscrive quanti stanno a lato e l'include in sé, nella propria circonferenza, solo a seguito di un atto di fede (l'attraversamento delle acque durante l'incendio boschivo); per questo Dumont prende le mosse da un omicidio, per annichilire la morale e relegare l'etica all'esterno della pellicola, sicché il padre che abusava della figlia è stato tolto di mezzo grazie alla pulizia dei malvagi di cui si parla nelle Sacre Scritture, gesto che, per quanto efferato, non può essere decretato giusto o sbagliato dallo spettat(t)ore. E da qui il film procede, paratattico come una pellicola di Bresson e spietato come un romanzo di McCarthy, facendosi prima metafisico come un Tarkovkij e terminando poi in maniera squisitamente reygadasiana o, sarebbe meglio dire, kantiana, cioè coronando se stesso di una completezza solo apparente, con un respiro (di sollievo) che altro non significa che la morte arriverà un'altra volta, per la seconda volta. Si potrebbe discorrere ancora a lungo di questo disarmante capolavoro, ma (mi) è impossibile: Hors Satan è un film che riguarda un altrove che ancora non ci riguarda e, soprattutto, è un cinema così contemplativo che si esperisce solamente col dialogo che riesce a instaurare con lo spettatore durante la visione, dopodiché fluisce all'esterno dei propri limiti temporali, oltre la propria durata, e, come tutte le grandi opere, residua nello spettatore, ma così in intimità da qualificarlo nel profondo, senza emergere, diventando parte o frammento della persona stessa e che, una volta emerso non si fa superficie, non si pelle, ma diviene anzi un effetto di superficie così intimo e così segreto come solo un taglio sulla pelle può essere.

28 commenti:

  1. Che dire? La tua recensione è ottima come sempre, o per essere più specifici, la tua incursione temporanea (spero vivamente) all'interno di uno spazio, parte di quel macrocosmo che è Hors Satan. " Si potrebbe discorrere ancora a lungo di questo disarmante capolavoro, ma (mi) è impossibile". E ti credo, ma intanto ci sei riuscito, hai spezzato momentaneamente quell'incantesimo insinuatosi dalla prima visione scrivendone, anche poco, ma quanto basta per un'opera così, perchè come giustamente continui: "come tutte le grandi opere, residua nello spettatore, ma così in intimità da qualificarlo nel profondo, senza emergere, diventando parte o frammento della persona stessa e che, una volta emerso non si fa superficie, non si pelle, ma diviene anzi un effetto di superficie così intimo e così segreto come solo un taglio sulla pelle può essere" Il primo passo l'hai fatto, al contrario di me, che ancora non ho trovato il coraggio di rivedere il capolavoro dumontiano...
    Bravissimo!

    P.S. Ti stai preparando per Bergman?

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    1. Come sempre sei gentilissimo, grazie. Su Dumont, e specialmente su HS, volevo scrivere da parecchio, e almeno qualcosa, appunto, l'ho buttata giù. Non sarà l'ultima, ovviamente... ma, nel mentre, aspetto la tua re-visione del capolavoro di Dumont.

      Sì, Bergman ce l'ho in caldo da qualche giorno, perché l'altro giorno, parlando con un mio amico, lo sentii definire "eccessivamente religioso, come Dreyer" (dopo che avevo detto la stessa cosa di Kieślowski), e questo ricordo io non ce l'ho proprio, né di Bergman né di Dreyer.

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    2. Approfitto di questo spazio per segnalarti, a mio parere, un piccolo capolavoro.
      Ma prima il rispolvero di un passaggio da "Hors Satan": ti ricorderai meglio di me quando Le Gars viene invitato diciamo, a "esorcizzare" quella ragazzina chiusa nella sua camera. Il mio ricordo è sfocato, però fu uno dei momenti che mi pigliarono di più...
      Ebbene, se non l'hai già fatto, guardati "Il Dono" del nostro Michelangelo Frammartino, quello di "Le Quattro Volte". Sono sicuro che pure te ci troverai molto Dumont in quel film... Favoloso!

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    3. Quel passaggio, in "Hors Satan", è quanto di più destabilizzante abbia visto al cinema, penso che pochi riescano a competerci (il Zulawski di "Possession" o, meglio, de "Il globo d'argento" e, naturalmente, il finale di "Post tenebras lux"), e credo sia anche uno dei momenti più enigmatici del film, perché l'esorcismo, in quel caso, non ho mai capito se fosse un'opera di carità o di bene, cioè mi ha messo sempre in dubbio la provenienza di quel messia: era mandato dal demonio o da qualche altro dio? (Magari per te le cose sono più chiare, ma io faccio di un nodo una matassa, quindi...)

      A ogni modo, Frammartino non l'ho mai sentito nominare, ma del resto conosco ben poco del cinema italiano (giusto i Visconti, i Fellini, gli Antonioni e poc'altra roba di quell'epoca là); "Il dono", lo metto già in download e ti farò sapere, anzi, credo ci scriverò qualcosa sopra, perché secondo Google ne vale la pena. Grazie per la dritta.

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  2. Di questo film ricordo soprattutto i meravigliosi paesaggi della Côte d'Opale, le fantastiche dune costiere ancora intatte, la vegetazione psammofila, la ragazza violentata dal padre e il vagabondo "al di là del bene e del male". Mi hai fatto venir voglia di rivederlo.

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    1. Benvenga, almeno la rece è servita a qualcosa! :D

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  3. Ciao, volevo cominciare ad "esplorare" questo regista... cosa mi consigli per cominciare? Mi sono procurato per ora Flandres ed Hors Satan, ma proponimi pure qualcos'altro se lo ritieni migliore...dimmi te. grazie mille

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    1. Iniziare con Flandres è perfetto. Il periodo contemplativo di Dumont parte da lá, fino a raggiungere la vetta con Hors Satan... ma sta parlando con uno che, di Dumont, pensa si debba vedere tutto, quindi il consiglio è: vediti più che puoi, ne vale la pena :)

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    2. grazie mille! Appena ho la serata giusta, provo!

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  4. ..parlare di questo film significa dire troppo e sicuramente nulla..
    Ma come la ragazzina dal viso candido proviam a guardare oltre quell orizzonte...su quella vetta..
    A me è arrivato come un film sul Male..Male che sfiora , che accarezza , che si insinua x poi penetrarti all interno..
    Capolavoro. .

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    1. L'unico capolavoro di Dumont, se mi è concesso dire.

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  5. Oh ecco, questa recensione mi piace molto, soprattutto l'accostamento a Nietzsche. Per il resto concordo sui limiti della semiosi su quest'opera. Un'opera immersiva, quasi un installazione... a partire dal suono, mi sarebbe piaciuto vederla in sala. La visione sta ancora sedimentando e credo ci siano molte sensazioni che riaffioreranno. Si il finale non può non rimandare a reygadas certo, ma non trovo altre analogie. Nel frattempo ho visto anche La vie de Jesus e mi è piaciuto anche quello molto...stessa ambientazione, stesso lavoro sul suono (il canto degli uccelli sembra un motivo ricorrente), stessi personaggi marginali che sono quelli un po Koriniani che a noi piacciono...

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    1. Innanzitutto, complimenti per il nickname.

      In effetti, questo è, a mio modesto parare, il miglior film di Dumont. Peccato che non sia riuscito a tenersi all'altezza...

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    2. Sto vedendo la filmografia in questi giorni, la vie de Jesus (tradotto ignobilmente l'età inquieta) mi è piaciuto molto, ma non riesco adesso a fare confronti...
      Beh per il nick, abbiamo sicuramente questa passione in comune...

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    3. Piaceva molto anche a me, poi non so - si dev'essere rotto qualcosa. Ora certi film, per quanto minimamente narrativi, riesco a seguirli poco, preferendo di gran lunga cose più avanguardistiche.

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    4. Cosa intendi per avanguardistici se posso chiedere? E come mai pensi (se non ho frainteso, sia chiaro) che la narrazione sia un aspetto intrinsecamente negativo o comunque penalizzante in relazione al cinema?

      Grazie in anticipo se avrai tempo e voglia di rispondermi. Altrimenti grazie comunque per il lavoro che porti avanti su queste pagine, non sono sempre d'accordo con le tue conslusioni ma sei tra i pochi a offrire un punto di vista interessante e in grado di far pensare. E tutt'altro che poco di questi tempi.

      Ciao.

      p.s. a me di Dumont Petit Quinquin devo dire che è piaciuto molto tutto sommato, tu ne hai scritto ai tempi dell'uscita?

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    5. Grazie per l'apprezzamento, sei molto gentile, davvero. Per quanto riguarda i film avanguardistici... A dire il vero non so bene cosa intenda. Credo di rifarmi soprattutto a ciò che accadde negli States col New American Cinema (Brakhage, Baillie e via dicendo) e a quel cinema che oggi fa riferimento a quell'avanguardia lì (Todd, Pierce...).

      Non penso, comunque, che la narrazione sia un aspetto negativo o penalizzante del cinema, dico soltanto che in molti casi è declinata in maniera eccessivamente letteraria, quasi che fosse un di più rispetto all'immagine e non emergesse da essa.

      Di PQ, comunque, non ne scrissi: non mi piacque e non ebbi niente da dire, poi non lo ripresi più in mano...

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    6. Grazie per la risposta, credo di aver capito meglio cosa intendi ora. Mi colpisce sempre l'ironia insita nel fatto che gli States abbiano prodotto (in contesti diversissimi, ovviamente) roba magnifica come quella che citi (Brakhage, per esempio, è tra i miei preferiti), e alcuni tra i prodotti (e uso la parola prodotto con tristezza, ma a ragion veduta) cinematografici più stupidi, vacui, reazionari e vomitevoli della storia del cinema.

      Sulla narrazione siamo in completa sintonia. Meno su PQ, ma come si suol dire, agree to disagree.

      Ciao, tornerò a trovarti e a intervenire di tanto in tanto.

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    7. Eh, pure a me colpisce, però credo che sia proprio per il fatto che gli States siano riusciti a creare il cinema più potente e brutto di sempre abbiamo visto fiorire in sé anche quella cosa splendida che è il New American Cinema: a ogni potere corrisponde una resistenza, in fondo...

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  6. Perdonate l'intrusione, ma non è un po' una forzatura inserire gente come Brakhage e Benning nell'alveo del New American Cinema? Almeno se intendiamo New American Cinema nel senso più circoscritto e storicizzato del termine, ma potrei aver frainteso.
    Se aveste riferimenti o link utili a dirimere la questione mi fareste un grande favore.
    Grazie.

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    1. Benning, come Hutton del resto, operava nell'epoca e nell'influenza del NAC. Certo, era un po' uno stand-off, però non ci vedo nessuna forzatura nell'inserirlo in quella cornice lì.

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    2. Ah ok, in questo senso mi è più chiaro e in effetti ci sta.

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    3. Grandissimo Hutton! Il suo "Dove osano le aquile" è un capolavoro assoluto spesso sottovalutato.

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    4. Intendevo Peter Hutton, non Brian Hutton...

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  7. Bravo anche lui, per carità, ma se permetti non c'è paragone...

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  8. Che capolavoro! Gli hai reso assolutamente giustizia con le tue parole. Bravissimo.

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    1. Ti ringrazio, anche se non so se oggi, dopo del tempo, ne scriverei nello stesso modo.

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