Hadewijch


È importante inquadrare Hadewijch in maniera precisa nella filmografia di Dumont, considerare ciò che segue (un Flandres che, come ha argutamente (an)notato visionesospesa, apre una nuova dimensione, un nuovo sguardo, una nuova strada nella cinematografia del francese) e ciò che precede (Hors Satan, probabilmente il suo capolavoro), tenendo ben presente, al contempo, il fil rouge che amalgama le sue finora sette opere, da La vie de Jésus a Camille Claudel, 1915, un leit-motiv costituito o, meglio, scaturito dai personaggi portati sulla scena, personaggi portatori di un cosmo esistenziale che corre parallelo ai quotidiani inferni che viviamo noi tutti e che, contemporanei a loro, vivono le comparse che affiancano l'ispettore Pharaon de L'humanité (a proposito del quale e, soprattutto, a proposito della caratterizzazione psicologica dei personaggi dumontiani si legga quanto ha da dire il sempre pieno di risorse bombus), Katia di Twentynine Palms eccetera: è importante inquadrare Hadewijch in maniera precisa nella filmografia di Dumont perché Hadewijch pare farsi ponte tra Flandres e Hors Satan a mo' di necessario spartiacque che divide e unisce e che, come tale, ha in nuce quanto è già stato detto e quanto dev'essere e sarà detto; il discorso sulla fede, dunque, si protrae senza mai farsi discorso della fede ma trasmutandosi in una sorta di riflessione sul cinema e sulla macchina-cinema, e la riflessione iniziata con Flandres si radica a tal punto da completare, almeno in parte, il precedente lavoro, colla differenza essenziale che qui, l'Altro, lo straniero, è in casa ed è prima di tutto amico con cui instaurare quel rapporto filiale che Céline non è riuscita a instaurare né in convento né in famiglia. Non solo, perché lo straniero è anche colui che riesce a finalizzare, nel senso di terminare, di completare, la tensione di Céline verso il Grande Altro, Dio, tensione fino ad allora mancata e continuamente agognata. E di più, perché da qui il film prosegue per sottrazioni e sembra proprio farsi pellicola di sottrazioni: si prendano ad esempio le due scene prandiali, formulate in maniera speculare e sottraente (qui la distanza, il tavolo rettangolare e esclusivo, lì la vicinanza, il tocco, il tavolo rotondo e inclusivo) o i tre inserti musicali, nel cui primo andare punkeggiante si ha lo spaesamento, complicato o emulsionato anche dalla mano di Yassine sulla spalla di Céline, della realtà reale e non monasteriale cui era abituata la non più Hadewijch, nel secondo ecclesiastico si ha la partecipazione e l'allontanamento di Céline dai musici cristiani e, infine, nel terzo (Céline che ascolta il banditore di preghiera celebrare il rituale dentro la moschea) si ha qualcosa di molto simile a quello che accade a un George Peppard folgorato da una Hepburn chitarreggiante, l'innamoramento o l'abbandono, la partecipazione cioè, realizzata con un primo piano che, appunto, cattura lo spettatore nell'istante che sta vivendo Céline, la quale solo ora diventa Céline, superando così la frattura identitaria Hadewijch/Céline cui era stata costretta durante gli studi di teologia e che, a quanto pare, sola non le permetteva di raggiungere il Grande Altro, di aprirsi all'Altro. La donna-terra che fu Barbe in Flandres, partecipe delle tragedie degli uomini, è ora quasi completamente rovesciata: non c'è ancora la donna-cielo (bisogna attendere Hors Satan e Camille Claudel, 1915), soltanto la tensione a impersonarla («Il corpo mi fa male», dice Céline), ed è questa tensione a portarla a scorgere la verità della propria persona, della propria essenza: «Sciagura, la mia, di essere una creatura umana»... e poi il viaggio in un altrove catastrofato dalla guerra, i discorsi sulla jihad, sullo sforzo non tanto di una guerra santa quanto, piuttosto, di coniugare fede e guerra; in questo senso Céline si converte (si veda la scena in cui è in cima alla collina, bagnata in viso e aureolata di luce trascendentale), cioè dopo aver capito che Dio è uno, che scegliere una delle religioni monoteiste significa escludere le altre, cioè essere politeisti, essere cristiani e non mussulmani o viceversa, quindi escludere le altre dopo averle incluse e prese in considerazione, averle in qualche maniera affermate, obliterate. Così Céline ridiventa Hadewijch nel finale, dopo essersi fatta spirito, dopo essersi liberata della propria miseria, del proprio corpo, delle sembianze mortali che la dividevano dalla spiritualità che agognava, spiritualità che altro non è se non un essere o trovarsi ovunque in ogni momento ma senza, a differenza di Barbe, esser partecipe delle miserie umane: divenendo, finalmente, Altro. 

10 commenti:

  1. Proprio oggi in risposta all'ultimo tuo commento su "Lo spirito dell'alveare", avevo scritto che attendevo qualcosa di nuovo da te.. Ammazza oh! Due mega-bombe in un colpo solo :)
    Su "Hadewijch" devo ripassare: posso dirti che nella mia personale scaletta dumontiana, questo è il secondo dopo "Hors Satan", ma urge assolutamente una revisione per rinfrescarmi la memoria. Visto che ho un pò di materiale nuovo da vedere, per stasera ormai mi sono programmato con "Delta", ma non è detto che in nottata mi ripassi anche "Hadewijch". Tutto dipenderà dall'effetto che mi farà il film di Mundruczó...

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    1. Uh, quasi quasi mi guardo pure io Mundruczó (ho lì in attesa "Tender Son – The Frankenstein Project")... prima, però, voglio rivedermi, anche se ogni revisione di un film di Dumont è una visione a sé stante, "Hors Satan", che ormai temo da troppo tempo e il cui ricordo, è brutto dirlo, sta appannandosi sempre più.
      Fammi sapere che ne pensi di "Delta"!

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    2. Certo che ti faccio sapere!
      Ahi.. Mi sa che molto presto da queste pagine dovro aspettarmi il top!

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    3. Eh, sarebbe carino, ma "Hors Satana" lo ricordo come ricordo "Il cavallo di Torino" e "Japòn": film di cui meno si parla e più si esprime. Se ne scrivo lo faccio per completezza, ma solo dopo aver fatto penitenza e aver chiesto venia a Dumont.

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    4. Ti capisco. Oltre naturalmente al film di Dumont, gli stessi effetti me li procura da sempre "Possession" di Zulawski :)
      Ho visto "Delta", ti ho scritto nel post a riguardo... Merita assai!

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    5. Mioddio, quel film... hai proprio ragione, il "Possession" di Zulawski è da brividi: immenso.

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  2. Grazie per la citazione, ma, in cotanto sfoggio di cinecultura, le mie elucubrazioni superficiali soccombono e vengono quasi ridicolizzate. Cosa che si meritano ampiamente, dato che, per genetica, nascono con l'unico scopo di segnalare il film.

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    1. Mah, io continuo a trovarle illuminanti in diversi casi. Comunque sì, tu guardi molti più film di me e scrivi più di me, io se guardo un film passano giorni prima che mi decida a rimuginarci sopra per scriverne qualcosa.

      E non c'è nessuna ridicolizzazione >.<

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    2. Stavo, più o meno, scherzando; se fosse così non pubblicherei proprio nulla. Vero è che evito completamente il benché minimo spoiler, quindi non parlo quasi per niente del film; e poi non ho una mente speculativo-filosofica come la tua. Con il passare del tempo le tue recensioni diventano sempre più belle, originali e fantasiose. Se diventassero anche più numerose (non dico come il bradipo, puntuale ogni giorno come un orologio, ma come fa?) sarebbe veramente fantastico :)

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    3. Eh, ho il senso dell'umorismo di un criceto, anzi penso abbia proprio qualche handicap o che so io :P
      Il bradipo, effettivamente, è una macchina, anche se i film di cui scrive raramente fanno al caso così. Così come è una macchina ismaele, che vede due o tre film al giorno. Davvero, ma come fanno? Pure tu, comunque, ne conosci a pacchi, di film, e raramente ti sto dietro e so di cosa/chi stai parlando. Grazie per il complimento, comunque, fa sempre piacere, specie rivolto da un'enciclopedia cinematografica vivente come te.

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