Come in uno specchio (Säsom i en spegel)



Torna la voglia di rivedere la trilogia del silenzio di Dio di Bergman per strani motivi, per giunta non del tutto chiari, e, crisi mistica a parte, è stato soprattutto l'ultimo lavoro di Dumont, Camille Claudel, 1915, a farmela tornare alla mente, in particolar modo questo primo capitolo, Come in uno specchio, che viene richiamato dal capolavoro francese, oltre che per qualche inquadratura, anche dal binomio Karin/David-Camille/Paul; se da una parte, infatti, abbiamo la donna in diretta comunicazione con Dio, dall'altra abbiamo l'artista che cerca Dio nell'estetica, ovvero nel mondo terrestre, lontano da Dio, e non capisce la figlia-sorella che, invece, si ritrova in bilico tra Cielo e Terra, segregata, in ambo i film, in un centro di igiene mentale. In questo senso vanno lette le ultime parole del padre di Karin, David, il quale, alla richiesta del figlio Minus di fornirgli qualche prova dell'esistenza di Dio, a lui così sconsolato e affranto della perdita della sorella, risponderà che è l'amore, la prova che lui cerca, e che, dunque, «Dio è la certezza che l'amore esiste come cosa concreta in questo mondo di uomini. Ogni genere di amore, il più elevato ed il più infimo, il più oscuro e il più splendido. Ogni specie d'amore. Il desiderio e la repulsione, miscredenza e fede. Non so se l'amore dimostra l'esistenza di Dio o se l'amore è Dio stesso; questo pensiero è il solo conforto alla mia miseria e alla mia disperazione. Di colpo la miseria è diventata ricchezza e la disperazione speranza. È come essere graziati in punto di morte», dal che la certezza conquistata (così Bergman descrive questo primo capitolo) nelle parole di Minus: «Allora Karin è tutta circondata da Dio, perché noi l'amiamo davvero». E parte da qui, lo svedese, da una certezza conquistata che verrà messa a nudo nel successivo Luci d'inverno e che troverà nel capolavoro ultimo, Il silenzio, la propria copia in negativo: un percorso, si direbbe, a passo di gambero, non fosse che per Bergman Come in uno specchio è, piuttosto che l'inizio, la fine di qualcosa («Purtroppo ho creato io stesso questo malinteso: Come in uno specchioLuci d'inverno e Il silenzio non costituiscono una trilogia. Come in uno specchio appartiene al periodo precedente, poi viene la rottura. Ho rivisto i miei primi film, in particolare Come in uno specchio, e ho dovuto accettare il fatto che questo film era stato per me una sconfitta morale, un completo disastro e che dovevo cambiare tutto, rivoluzionare tutta la prima parte della mia opera e ricominciare dall'inizio. E questo inizio è rappresentato da Luci d'inverno e Il silenzio») e che, come tale, deve seguire a uno specifico processo che ha sedimentate le proprie verità, le proprie certezze, e la certezza da smascherare è questa divinità trascendente che poniamo a presupposto della realtà stessa ma che possiamo conoscere solamente nel momento in cui ci stacchiamo dalla realtà terrena, la quale, all'improvviso, smette di essere giustificata. È, fondamentalmente, quello che scrive Kierkegaard all'inizio di Timore e tremore: «Se l'uomo non avesse una coscienza eterna, se al fondo di ogni cosa ci fosse solo una potenza selvaggia e ribollente che produce ogni cosa, il grande e il futile, nel turbine d'oscure passioni; se il vuoto senza fondo, che nulla può colmare, si nascondesse sotto le cose, che cosa sarebbe la vita, se non disperazione?»; Kierkegaard, in questo passo incipitiale, capisce bene che «il segreto della vita consiste nel fatto che ognuno debba costruirsi la propria camicia», che al fondo di ogni cosa non c'è altro che il divenire-folle e che, di conseguenza, non si trova Dio ma, come Bergman, si cerca Dio per poi trovare, come Antonioni, quell'incomunicabilità che non è ancora silenzio ma φωνή, incomunicabilità che Bergman annietta nel finale, quando Minus, che presagisce la potenza angosciosa dell'eterna contingenza del reale («È come un incubo, tutto può accadere, papà. Non posso vivere in questo mondo»), dice di aver parlato con suo padre, che può soltanto presupporre Dio, perché egli è l'angoscia incarnata, ovvero «l'infinità egoista della libertà» (Kierkegaard, Il concetto di angoscia), e «mentre l'individuo, mediante l'angoscia, si forma alla fede, l'angoscia distruggerà proprio ciò che produce essa stessa», ovvero la vacuità di valori di cui David è preda. In tutto questo, Karin è una sorta di ponte Einstein-Rosen, e per questo è schizofrenica, perché in comunione con questa e con quella realtà, realtà che sembra possederla e attraverso la quale Karin risulta incomprensibile agli altri (e del resto «la mania è la sapienza vista dal di fuori», come scrive il Colli), quasi a incarnare non più soltanto l'incomunicabilità tra essere umano ed essere umano ma tra esseri umano e Dio, tra l'essere (umano) e l'essenza che (ne) giustifica l'essere. Come in uno specchio, insomma, risulta da quella confusione di San Paolo («Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia») e la necessità della ricerca che consegue questa confusione obliante. perché lo specchio è, sì, essenzialmente illusorio (ciò che noi vi vediamo non è la realtà, è un riflesso della realtà), ma, pure, riflettendo la realtà, rappresentandola, lo specchio ci permette di conoscere quella realtà, soprattutto se il riflesso nello specchio è quello della mia persona: «Tutto il conoscere è portare il mondo dentro uno specchio, ridurlo a un riflesso che io possiedo». Ed ecco, dunque, che la ricerca si trasforma in interrogativo, di cui la fede è la risposta. Ma qual è la domanda? Come in uno specchio non è un film religioso né, tanto meno, un film sulla religione o su Dio o sulla fede; Come in uno specchio è un film esistenziale ed esistenzialista, perché la domanda, l'interrogativo che ne soggiace e che muove la ricerca (ricerca che è già risposta, perché c'è un oggetto da ricercare) è nient'altro che la vita o, meglio, l'esistenza, questa esistenza ingiustificata che si tenta disperatamente di giustificare con la religione o con l'etica o che altro e dalla quale, attraverso queste parossistiche giustificazioni, ci si allontana e ci si allontana, forse in maniera irreversibile: «E d'un tratto si resero conto che non ci sono né Dio né dei: capirono che non esiste né il bene né il male. Poi videro e compresero che, se le cose stavano così, allora nemmeno loro stessi esistevano» (Béla Tarr, Il cavallo di Torino).

6 commenti:

  1. Di questo film ho un ricordo molto frammentato, ma la scena in cui lei, appoggiata al muro (mi pare corrisponda col primo fotogramma in alto a destra) definiva Dio come una sorta di ragno o simile (correggimi se faccio confusione), mi mandò in solluchero... Naturalmente il tuo scritto (esemplare) mi ha stimolato a rivederlo. "Il Silenzio" invece l'ho bene impresso, avendolo già visto due volte e lo considero uno dei Bergman migliori, assieme a "Persona", "L'Ora del Lupo" e "Sussurri e Grida".
    A proposito, visto che citi anche Camille Claudel 1915 (motivo in più per rigettarsi su CIUS), sai se c'è qualche possibilità di un recupero, o ancora niente?

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    1. Sì, è un fotogramma simile, ma quando lei vede Dio e ne parla come un ragno è molto più turbata, in quello che ho postato, invece, sta sentendo le voci da oltre la crepa sul muro. Grazie per il complimento, però credo che se lo rivedrai avrai qualcosa da ridire: su Bergman si è scritto moltissimo, e con questo post ho fondamentalmente voluto scrivere le mie impressioni più personali, magari tirando per i capelli "Come in uno specchio"; del resto, avrei trovato noioso scrivere qualcosa di già detto.

      "Camille Claudel, 1915", lo cercavo pure io, ma ancora niente. Appena so qualcosa, comunque, ti avviso, naturalmente!

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  2. Ma dove lo hai trovato questo?
    "Questa esistenza ingiustificata che si tenta disperatamente di giustificare con la religione o con l'etica o che altro e dalla quale, attraverso queste parossistiche giustificazioni, ci si allontana e ci si allontana", queste parole credo giustifichino almeno una visione :)

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    1. Grazie, bombus, anche se, forse, Bergman non sarebbe proprio d'accordo con me su questa visione della religione. Comunque, una visione il film la merita senz'altro, magari accompagnata agli altri due titoli della trilogia.

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  3. Splendido film ed una recensione decisamente all'altezza! Mi sono imbattuto da poco nel tuo blog e ti devo fare i più sentiti complimenti! Mi sa che nei prossimi giorni sarai in cima alle mie liste di lettura! Continua così!

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    1. Grazie, sto sfogliando anch'io il tuo blog, e vedo che siamo spesso (Korine, Vinterberg, Resnais, Ki-duk...) sulle stesse corde. Lieto d'averti incontrato :)

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