Battaglia nel cielo (Batalla en el cielo)


Se ti piace il cinema, ti piace Reygadas e, se ti piace Reygadas, hai capito il cinema. Eppure, Batalla en el cielo potrebbe non piacerti. Girovagando per la rete, troverai le opinioni più discordanti a riguardo, e questo perché Batalla en el cielo è il film più controverso di Reygadas: controverso, non nel senso che genera controversie quanto perché, di per sé, non è controverso per niente, e il target cui si rivolge Reygadas non è certo quello di chi, vedendo prima Japón e poi Batalla en el cielo o prima Batalla en el cielo e poi Japón, si entusiasma per Batalla en el cieloSembrerà terribilmente pretenzioso, ma è così. Il motivo per cui un blockbuster ha una media più alta di un film d'autore non risiede nel fatto che chi ha apprezzato il blockbuster non sia riuscito ad apprezzare il film d'autore ma, piuttosto, nel fatto che il blockbuster sia stato fatto meglio rispetto agli altri blockbuster e il film d'autore peggio rispetto ad altri film d'autore, e da qui il paradosso: un film d'autore (x) meno gradito rispetto ad altri film d'autore (y) è un film d'autore, almeno in alcuni casi, sicuramente in quello di Batalla en el cielo, meno controverso, più piano rispetto al film d'autore cui lo si preferisce, quindi x è più controverso di y perché meno controverso, e di Batalla en el cielo si legge parecchio che è un film piano (tramisticamente), un esercizio di regia, quasi la trama fosse stata stesa per permettere a Reygadas di sperimentare trovate e stili personali o qualcosa del genere, di similmente banale, ma non è vero, perché Reygadas, come ha lui stesso dichiarato in un'intervista, ha un modo del tutto personale (causa non aver frequentato scuole di cinema, per i motivi cui si è accennato qui) di scrivere la sceneggiatura, partendo cioè dalla visualizzazione delle immagini sceneggiate, mettendo in primissimo piano il concetto di immagine su quello di trama e, forse, facendo in modo che la trama sia trascinata dall'immagine e non veicolandola ad essa, cioè non facendo dell'immagine uno stampino della trama, un qualcosa che debba anzitutto trasmettere la trama, e di ciò prova è che le sue siano sceneggiature ricche di dettagli, di dati e tecnicismi che spiegano minuziosamente come una certa scena debba essere girata per poi risultare in quella determinata maniera; insomma, ogni film di Reygadas dovrebbe essere visto in funzione dell'immagine, prima ancora che della storia, ed è un'immagine, quella di questo Reygadas, nitida, al contempo realista ed evocativa, formata e soprattutto scavata dalla luce, plastica. Il resto discende da qui, da questa prospettiva che cerca di evangelizzare una realtà farsesca e ostile, quella di Città del Messico, presentata come un melting pot di freaks browninghiani, di senza speranza, di poveracci già all'inizio, nella scena della metropolitana, fondamentale per inquadrare il film, il quale non vuol porsi come analisi sociologica di una certa realtà o di una certa umanità, bensì seguire un manipolo di persone (una in particolare, Marcus) da un punto a caso delle loro vite, per questo la mdp segue Marcus ma lo perde, intreccia altre persone, altre vite di cui non conosciamo né conosceremo nulla e ritorna su Marcus, perché non c'è solo Marcus, Marcus è perso in quest'oceano antropologico di cui conosciamo solamente una goccia e nient'altro, quindi di cui, al massimo, possiamo ipotizzare, se anche sapere, solamente la più intima composizione chimica e nient'altro. È sufficiente? Mah, sicuramente è estraniante seguire Reygadas che gioca con questa cosa del paradigma, arrivando pure a stravolgerla per meglio enfatizzarla nella scena in cui Marcus si masturba davanti a una partita di calcio (evidentemente i suoi pensieri sono rivolti ad Ana, che si è appena scopato) mentre il telecronista sottolinea quanto la vittoria dei Puma sia importante per il Messico, anzi per un Messico, che non è quello di un autista governativo (tra l'altro, anche il padre di Reygadas era un autista del governo, per il Ministero della Cultura) o, più in generale, dei messicani, ma è piuttosto il Messico delle sovrastrutture (il calcio appunto, ma anche la religione esasperata ed esasperante che muove le genti nel finale e, soprattutto, i militari che aprono e chiudono il film, prima issando poi ammainando la bandiera), dunque del potere; Reygadas, infatti, dipana Batalla en el cielo attraverso due piani narratologici, ovvero la vita di un messicano (Marcus) e le sovrastrutture del Messico, che pian piano capiamo non essere nate dal popolo-Messico ma dal potere-Messico e che, dunque, non rappresentano in alcun modo ciò che il Messico davvero è, generando le idiosincrasie portate alla luce dall'inizio alla fine del film (Ana, figlia di un funzionario governativo, che si prostituisce nella Boutique e tante altre), anzi facendo proprio di queste idiosincrasie il punto di congiuntura tra popolo e potere, vita e sovrastruttura, corpo (il sesso) e simbolico (la bandiera). È una critica sociale, Batalla en el cielo, che descrive un preciso cammino soteriologico a metafora di quello del Cristo (di cui v'è immagine nel quadro appeso sopra al letto e ripreso durante l'atto sessuale consumato da Marcus e la moglie, un quadro che ritrae non tanto un Cristo morto e sofferente quanto, viceversa, un salvato e non un sommerso, sollevato da un angelo e pronto ad ascendere nei cieli, quindi un dipinto che è anche prolessi della vicenda di Marcus, per cui il paradiso sarà la fellatio e l'amore di Ana), di colui cioè che, la terra, riuscì ad abbandonarla, riuscì ad abbandonare i suoi peccati e le sue perdizioni (l'ultimo momento felice Marcus ce l'ha nel gettare colle lacrime l'ultimo suo schianto di umanità, il che avviene fuori dalle sovrastrutture di Città del Messico, quando Marcus è immerso nella natura e Reygadas filma una comunione ancestrale con quel magnifico piano-sequenza che vede Marcus raggiungere la croce in cima alla montagna e si spiega, poi, in un ammaliante landscape che porta Marcus al senso della perdita e, quindi, alla commozione).

8 commenti:

  1. Complimenti Yorick! Personalmente un'analisi azzeccata in pieno, dai risalto a tutti quei passaggi che giustamente erano fonte di approfondimento. Dell'immagine del Cristo sopra il letto ne avevamo già accennato, ma ritrovo nell'ascesa verso la croce (panoramica mozzafiato) e soprattutto nella sequenza della metropolitana (che rivista, l'avevo identificata come segmento importante da sviscerare) le stesse impressioni. Mi ha fatto piacere che tu li abbia evidenziati come punti salienti, dandone la tua interpretazione.

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    1. Grazie, purtroppo (ma come al solito) ho sacrificato molta della tecnica con cui Reygadas dipana e dispiega, il che è un vero peccato, perchè appunto è l'immagine ciò che conta. Comunque sono contento che tu sia d'accordo con l'interpretazione, in alcuni punti ero abbastanza tentennante, anche se la tesi di Reygadas mi ha abbastanza convinto della linea generale del film.

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  2. fantastica recensione di un film che, ricorso, non mi colpì favorevolmente. Ma lo vidi in condizioni disastrate, merita di essere rivisto, soprattutto dopo quel che hai scritto di Città del Messico, che mi ricorda un po' la città protagonista dei "Detective selvaggi". Una città di freaks, di senza speranza, di poveracci, ma anche di anarchici, di poeti squattrinati, di piccoli geni.

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    1. Grazie, bombus. Effettivamente, anche a me la prima impressione non aveva convinto, e l'ho rivisto appunto perché è un Reygadas e, insomma, sono il tipo di persona che pensa sempre che i suoi idoli non sbaglino mai e che, anzi, sia io a non capire una loro opera. Ti consiglio caldamente di vederlo, io sto adocchiando in internet "Detective selvaggi" e credo lo vedrò volentieri.

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  3. Bellissima disamina, arrichisce il punto di vista che mi ero costruito dopo la visione del film. Condivido molto quando parli dell'artificialità dei ruoli in cui si trovano i personaggi, la critica al potere è spietata. La scena della Basilica l'ho trovata staordinaria e disturbante nell'esprimere quell'ostentata ricerca di purezza, vacua, perchè disumana, quasi schizofrenica rispetto al malessere sociale, forse giustamente architettata dal "potere" per immobilizzare/narcotizzare le masse. Infatti non c'è redenzione... solo il silenzio assordante di quelle campane.

    Una cosa però mi azzardo a chiederti, come hai focalizzato l'omicidio di Anna all'interno di questa visione?

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    1. Ciao, grazie mille per i complimenti. Purtroppo, ma soprattutto perfortuna, è un film così profondo che si potrebbe andare avanti ancora per molto a parlarne, e sicuramente un'ennesima visione non farebbe che porre nuovi interrogativi riguardo il tutto. A ogni modo, secondo me l'omicidio di Anna può essere letto da più punti di vista: il rifiuto del rifiuto, cioè il fatto che Marcus rifiuti il rifiuto di Anna e, insomma, se non può averla lui, allora non ce l'avrà nessuno (in questo senso il paradiso della fellatio sarebbe il paradiso di Marcus), oppure una sorta di "purificazione" prima della sofferenza del cammino verso la Basilica, quasi a voler togliere di mezzo Anna dal mondo militaresco che è il Messico rappresentato da Reygadas (e in questo senso il paradiso della fellatio sarebbe il paradiso vero e proprio)... insomma, non saprei proprio. Tu, come l'hai interpretata?

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    2. Io l'ho percepito esattamente come la tua prima interpretazione che hai espresso...

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    3. E allora siamo sulle stesse frequenze d'onda ;)

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