Venus in furs


Verrebbe da scrivere: c'è qualcosa di von Sternberg, in questo film degli olandesi Victor Nieuwenhuijs e Maartje Seyferth, (e in effetti Anne van de Ven ha tutta l'aria di voler palesarsi come la femme fatale che fu Marlene Dietrich), così come sembra esserci un che di Jesus Franco (specie nella modulazione perversa di questo tra virgolette amore), ma ancora non si sarebbe centrato il punto, perché  quello di Nieuwenhuijs e Seyferth è prima di tutto una riflessione sul corpo, giustificata, ahimè, in maniera freudiana, dando così ampio (un'ampiezza relativa, del resto il film dura poco più di un'ora) respiro all'introspezione, che qui è memoria dell'infanzia, e all'onirico, che è quindi a sua volta introspezione. L'ostentata nudità di Wanda von Dunajev, con la quale Severin von Kusiemski ha firmato un contratto che lo obbliga a ridursi a suo schiavo sessuale, con tanto di rinuncia del nome (si chiamerà Gregor), è in questo senso un farsi oggetto, un'oggettualizzarsi per poter essere desiderata (da Severin/Gregor, appunto) e poter da questo desiderio identificarsi, costruirsi la propria identità e, dunque, la propria persona, al contrario di Gregor che abdica alla propria personalità per costituirsi come oggetto e, in questo modo, divenire persona. La dialettica hegeliana del servo/padrone è lampante, ma in questo caso non si tratta di una lotta per la vita, sebbene venga fatto notare che il fenomeno vita sia proprio di Wanda, mentre a Gregor tocca il semplice esistere, quanto piuttosto di una rimozione, che richiede appunto che Gregor si spogli della propria vita e della propria persona, vessata da un'infanzia traumatica a causa di una madre e una zia tiranniche, e, per così dire, si neutralizzi; complicata poi dal riemergere della profondità infantile (Gregor buca la pianta del piede di Wanda con uno spillo), la neutralizzazione, il farsi-oggetto di Gregor,  esemplificato nell'assiologia che riveste il piano-sequenza (accompagnato dalla quinta di Mahler) in cui Gregor scende con i baci lungo il corpo di Wanda, assume poi e prima tinte fortemente sotereologiche, simbolizzate nell'apparizione della donna angelicata su un monte, vestita di luce, mentre Gregor viene inseguito, legato e sequestrato da alcune donne indigene. Su tutto questo, i due registi aggiungono l'abolizione del tempo, frantumato in analessi e prolessi, sì da rendere esplicito il soggetto del film, che non è il masochismo ma la corporalità, della quale il masochismo può al massimo essere assunto come appendice. In questo senso, il film può essere assunto come una specie di risposta alla domanda: cosa succederebbe se si abolisse il corpo. Il corpo è l'identità di una persona, il nostro agire e il nostro modo di essere agiti, la nostra predicatività, è il nostro nome e il nostro stare nel mondo, dunque nel momento in cui esso viene abolito e al nome (sostantivo) si sostituisce un nome fittizio se non anche feticcio (Gregor non è niente di più che un attributo, un qualcosa che identifichi Severin come schiavo e/o come fu-Severin) l'impalcatura esistenziale crolla, e chi agisce su di esso, su questo non più corpo, su questo guscio, adopera su di esso nient'altro che un'inazione e il suo (di Wanda, cioè) è in verità un non-agire e, di conseguenza, un'agire su se stessa, e sarà proprio questa frustrazione del non-agire che ribalterà le posizioni di servo e padrone, permettendo a Gregor di assurgere al rango di martire (di Wanda, se non proprio di stesso) in una delle ultime inquadrature, dove appare troppo simile al san Sebastiano di Antonello da Messina.

(La corporalità pare essere spinta al limite nei lavori successivi dei due olandesi. Qui un'accurata e convincente riflessione a riguardo.)

6 commenti:

  1. Leggendoti, mi sono ricordato che quando ho visitato il sito della Moskito film, incappando in questo titolo il nome di Jess Franco mi era istintivamente passato per la testa. Quel "Venus in Furs" effettivamente aveva qualcosa di franchiano e non solo di nome a quanto pare.
    Cribbio, recuperato in fretta, dovrò rimediare per completare l'esplorazione sul duo olandese!

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    1. Pure Jesus Franco fece un suo "Venus in furs", anche se il suo non aveva niente del romanzo di Sacher-Masoch e il titolo pare gli fosse stato affibbiato per fini commerciali (commerciabilità di jesus Franco, dovrei scriverne un'ontologia!). Comunque, questo si guarda molto bene, la fotografia è curatissima eccetera: purtroppo, ho trovato nella trama un'impronta eccessivamente freudiana, e io Freud non lo digerisco proprio.

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    2. Ho trovato ora il tuo commento da me!
      Su Franco dovrebbero scriverne un trattato enciclopedico, ma diciamo che per il momento quelli di "nocturno" hanno già fatto un buon lavoro con il doppio dossier "Succubus: guida al cinema di Jess Franco". Due fascicoli abbastanza esaustivi che comprendono inoltre le schede di tutta la sua filmografia, dal 1959 al 2005, non male.

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    3. Ach, me lo son perso. Ti ricordi in che numeri si trova, per cortesia, ché vedo di recuperarlo?

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    4. n°60 e 61, luglio e agosto 2007. Dovresti trovarli, li ho recuperati di recente anch'io.

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    5. Denghiù, gentilissimo come sempre.

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