Arena


Di fronte a un artista del calibro di João Salaviza si può (dire) ben poco, e basterebbe una rapida scorsa ai riconoscimenti ricevuti (Orso d'oro per Rafa, Palma d'oro per Arena, entrambi nella sezione cortometraggi) per poggiare la penna e premere di nuovo il tasto ►; in appena quindici minuti, Salaviza disegna infatti un ritratto lucido, impietoso, sconfortante di un tatuaggista che, costretto agli arresti familiari, uscirà di casa per cercare un ragazzo che l'ha aggredito e derubato quel pomeriggio. Il dentro e il fuori, quindi, e poi di nuovo il dentro: l'ambiente - a detta dello stesso Salaviza - vuole farla da padrone e, se gli interni oclofobici vengono descritti a mo' di un'intimità violata, di un'insicurezza manifesta, dove i personaggi riempiono quasi sempre col proprio corpo l'intera inquadratura, plasticizzando la loro solitudine intrinseca, l'esterno è invece il luogo di quella che ha tutta l'aria di essere una redenzione o, quantomeno, una rivincita: l'inquadratura comprende ora entrambi i personaggi e l'ambiente li avvolge, forse li soffoca, e il corto termina con quel bellissimo piano lungo dopo che un sole perlaceo ha impallato la mdp. Insomma, non c'è fuga, non c'è salvezza, e persino lo spazio esterno, l'"aperto" o il fuori-di, non è altro che quest'arena che è di nuovo internamento - ambiente che legittima i comportamenti e anzi li veicola - tant'è che persino la libertà, a un certo punto, viene a mancare: esiste soltanto un barrio malfamato, background che irrompe sulla scena e la sovrasta, determinando così le azioni dei personaggi senza che questi possano (di per sé) alcunché.

8 commenti:

  1. Tutti cortometraggi questo Salaviza, su Mubi ho scoperto un bel pò di titoli. Mi sembra uno interessante e insieme a questo "Arena e Rafa" mi sono già segnato anche "Strokkur".
    "interni oclofobici"... espressione allettante!

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    1. Sì, forse anche un po' azzardata, col senno del poi :)

      Comunque, bellissimi cortometraggi, chicche impareggiabili. Fammi sapere che ne pensi, quando li vedrai.

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    2. Non che mi aspettassi chissà che ma qualcosa in più, onestamente si. Se escludiamo il finale, su cui concordo pienamente con quanto hai scritto "bellissimo piano lungo dopo che un sole perlaceo ha impallato la mdp", e la scena in cui viene gettata la bicicletta (forse ancora migliore nel rappresentare quella spazialità dell'ambiente - la sagoma di Mauro appoggiata alla ringhiera e quella della donna che osserva dal piano superiore) il resto non mi ha poi detto molto. Magari sbaglio, ma secondo me avrebbe reso maggiormente come lungometraggio, proprio per la storia intendo; mi ha dato l'impressione che scivoli via troppo in fretta, mi è sembrato quasi come sprecare un'idea a suo modo interessante in soli 16 minuti... Mi dispiace, staremo a vedere se il prossimo accostamento a Salaviza possa favorire delle impressive diverse, e migliori ;)

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    3. Io conto molto sul Salaviza alle prese con un lungometraggio, perché effettivamente qui l'idea scivola un po' via... Però come cortometraggio riesce che è un piacere, dalla plasticità delle figure a questo tentativo di mostrare come l'ambiente riformi l'individualità dell'essere umano. Boh, non mi dispiace per niente, 'sto Salaviza. Pure "Cerro negro" mi aveva convinto.

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  2. Molto bello, grazie. Il quartiere sembra lo Zen di Palermo, ma decisamente meno degradato!

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    1. A Palermo, purtroppo, non ci sono mai stato (l'Italia, l'ho girata pochissimo), però spero che la gente che lo abita sia meno condizionata dall'ambiente che la circondi, in confronto a quella di questo cortometraggio.

      Mi fa piacere ti sia piaciuto.

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    2. Chi abita allo Zen è bollato per tutta la vita, proprio come questo barrio. È un ghetto allucinante, difficile uscirne. Se nasci lì puoi fare solo lo spacciatore tossicodipendente o, meglio, fare strada nella malavita. Altre strade sono precluse. Quasi sempre.
      Rivisto oggi, dopo qualche mese. Mi è piaciuto ancora di più :)

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    3. Cribbio, e dire che ho messo pure una finestrella per non perdere i commenti dei post recenti! Comunque, sì, quella sullo Zen speravo l'avessi saltata, perché pure mio padre mi ha guardato storto quando gli ho detto che non avevo mai sentito nominarlo. Mia grande ignoranza, come quando Saviano parlava di Scampia e io credevo fosse un quartiere come un altro >.<

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