Dogtooth (Kynodontas) [II]


Qui, qualche tempo fa, si parlava del ruolo del linguaggio nel capolavoro di Lanthimos, Kynodontas. Ci si chiedeva, fondamentalmente, perché i genitori stravolgessero il significato delle parole che non volevano i figli imparassero quando avrebbero benissimo potuto depennare quelle parole dal dizionario di famiglia. Scrive bombus nel Vademecum per la famiglia felice: «Parole: il linguaggio è potere. Consigliato: evitare, o meglio stravolgere, qualsiasi parola abbia a a che fare con la libertà, con il sesso o con il mondo esterno». Ero abbastanza d'accordo, anche se qualcosa, ancora, non mi tornava. Su gli Spietati, Sangiorgio scrive che prevenire è meglio che curare, che, insomma, i figli sarebbero venuti a conoscenza delle parole dal significato proibito, ma con ciò il problema è solamente deviato, non risolto: il fatto che sia meglio prevenire che curare non legittima l'amorevole coercizione di cui Lanthimos ci rende testimoni e, secondo me, sminuisce un po' il lavoro del regista greco. No, ha ragione bombus, il linguaggio è potere e il significato delle parole viene stravolto perché, fondamentalmente, lo stravolgimento delle parole è una manifestazione del potere, un potere che, inutile dirlo, mira al livellamento identitario, al controllo corporale, quindi la domanda che bisogna porsi non è perché stravolgere il significato delle parole anziché depennarle, bensì che effetto faccia lo stravolgimento del significato sulla persona che utilizza quella parola. Ora, siamo a conoscenza del fatto che la parola è intimamente connessa col parlante prima ancora che col destinatario/ricevente; il mittente, infatti, pone se stesso alla base della parola/proposizione, quasi a fondarla, tant'è che una proposizione non è mai falsa ma fallace, capziosa, ingannevole, perché, come scrive Deleuze, «dalla designazione alla manifestazione si produce uno spostamento di valori logici rappresentato dal Cogito». Sostenere che una proposizione sia vera di per sé significa rimandare a qualcosa di trascendente rispetto essa, a una verità che è mezzana tra lo stato di cose descritto dalla proposizione e la proposizione stessa, il che condurrebbe al circolo vizioso platonicamente noto come l'argomento del terzo uomo: siamo noi a fondare la nostra verità, che non è mai vera, al massimo è condivisibile da altri, appartenente al senso comune eccetera. Così, la verità e, successivamente, la realtà dei figli non è altro che una struttura dei genitori, che agiscono sui loro corpi attraverso l'elemento linguistico, plasmato e non annullato appunto per avere l'immensa possibilità di creare & strutturare il loro mondo, la realtà che vivono e vedono, la condizione di verità attraverso la quale esprimono linguisticamente gli stati di cose visti. Insomma, il fattore linguaggio non è stato adoperato dai genitori in modo preventivo, tutt'altro: la sua valenza è del tutto ontologica, strutturale: è ciò che permette al potere dei genitori di agire sui figli, di livellarli e di averne pieno (o quasi) controllo; aveva ragione bombus, il linguaggio è potere e, pure, il potere è linguaggio.

2 commenti:

  1. Può essere che avessi ragione, ma tu l'hai detto infinitamente meglio!
    Dai tuoi ragionamenti traspare una conoscenza filosofica che io non posseggo minimamente.
    Comunque, che il linguaggio sia potere penso sia stato affermato già da diverso tempo: da Orwell, da Austin, da Foucault (nell'“Ordine del discorso”) e chissà quanti altri. Non è certo un mio pensiero originale. Sia mai.
    Comunque, da quel poco che ho capito di quel pazzo di Lanthimos, penso che per lui non sia importante la realtà in sé, ma la rappresentazione della realtà,e che la relazione tra realtà e linguaggio sia dialettica e reciproca. Ma mi hai "azzannato" (come diciamo da queste parti) abbastanza il cervello....
    Bel post, comunque

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un pensiero originale, no, ma è originale averlo intercalato in "Kynodontas", o almeno io non ci avrei mai pensato e, stando ad altri siti letti, ancora nessuno l'aveva fatto. Comunque, interessante la relazione realtà/linguaggio: anch'io avevo pensato che potesse essere una chiave di lettura (il Cogito alla base della proposizione ecc.), ma sembra che le cose siano ben più profonde. Mah, Lanthimos è uno di quei registi su cui bisognerebbe scrivere una monografia gargantuesca.

      Elimina