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Capita sempre più raramente che si formino delle cinematografie nazionali com'era solito succedere negli anni Settanta, cinematografie che accorpano registi accomunati da un sentir comune di far cinema e, forse, da un certo progetto metafisico o manifesto segreto, ed è tuttavia proprio quello che sta succedendo in Grecia, per motivi che è inutile ribadire; capostipite di questa new wave non può che essere, ovviamente, quel mattacchione di Lanthimos, che dopo un buon esordio (Kinetta) sforna quel capolavoro folle e sionsoniano che è Kynodontas. A seguire, tra gli altri, la Tsangari, regista dell'edipico Attenberg, e questo Makridis, da poco esordiente con L, opera che si rifà a tutta una ben nota poetica lanthimosiana senza però tentare realmente, almeno a livello di tematiche, uno scarto più proprio e personale; ritroviamo così in L i temi cari al cinema di Lanthimos e, a quanto pare, filoconduttori di questa progenie greca di registi, cose come l'identità, la clausura, il linguaggio eccetera. In questo caso, vediamo un uomo vivere segregato nella propria automobile, in simbiosi con essa, e par proprio sia questa segregazione a comportare una simbiosi necessaria per il formarsi dell'identità dell'individuo in questione, un'identità ancora preindividuale, affrontata con gergo politico (la Grecia oggi) e strumenti di analisi post-marxista (il guidatore non lascia l'auto per la moto, ma distrugge l'auto per la moto: e la distrugge nel momento in cui non è più il Miglior Guidatore, nel momento in cui cioè non è più produttivo e deve suicidarsi da automobilista per rinascere motociclista, motociclista rivoluzionario si sottolinea, poiché soggiace all'essere motociclista un odio edificante e, guarda caso, motociclisticamente identitario nei confronti di chi ha il potere, di chi è produttivo, ovvero degli automobilisti, cause maggiori di sbandamenti e morti motocilistici): ecco dunque il problema del pronominale, ovvero del passivo e dell'attivo (sussiste l'appropriarsi della macchina o sussiste invece l'esserne appropriati? Il che significa: si è identificati o ci si identifica?) risolti nel riflessivo dell'identico che ritorna, del preindividuale permanente (prima la macchina, poi la moto, poi – e non quindi – la barca) e mai individua(lizza)to, dell'embrione o del feto. Certo, non c'è solo questo (pare che Makridis indugi più di Lanthimos sui primi piani, spesso ripetendoli e/o riprendendoli), ma, su tutto, emerge una sorta di autocompiacimento sterile nel proporre una trama più gogoliana che kafkiana e in questo continuo dettagliare il più possibile quanto c'è di diverso (e quindi di identitario) in questo film rispetto a una produzione più nota e commerciale/commerciabile; del resto, è un'opera prima, anzi una buona opera prima che, però, risente parecchio di questa sua natura primigenia (il debito nei confronti dei padri putativi, l'onanismo di cui sopra eccetera): un regista da tenere occhio, insomma, fondamentale per seguire la new wave greca che, ora attualizzata, sembra star portando avanti un curioso progetto di cui si iniziano a intravedere alcuni promettenti sviluppi.

4 commenti:

  1. Lo metto subito in lista, la storia in sé mi sembra interessante. E poi è un film greco, non posso non vederlo.
    Ma lo hai visto con sottotitoli in spagnolo?

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    1. Eh, no, non sarei riuscito a seguirlo. L'ho visto subbato in inglese. Comunque è un buon film, una buona opera prima che dà nuova forma a una materia già trattata, ma non aspettarti un Lanthimos, però. Anche pensieriframmentati è rimasto un po' deluso.

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  2. Combinazione, visto proprio la settimana scorsa. Diciamo che è apprezzabile come prosieguo di questa nuova tendenza, originale e bizzarra, ma come per Attenberg di Tsangari, anche nel film di Makridis a mio modesto parere manca quell'evoluzione dell'idea che potrebbe ulteriormente rinnovare uno stile in cui Lanthimos, oltre ad esserne artefice, è nonostante tutto ancora campione indiscusso con Kynodontas. Ad ogni modo, come giustamente scrivi, è sempre un'opera prima, più che buona come tale, ma la conferma la si avrà solamente con un secondo film.
    Scuderia di Lanthimos a parte, approfitto invece per consigliarti un altro greco che secondo me vale la pena di tener d'occhio: Vardis Marinakis e il suo "Black Field (Mavro Livadi)". Tutt'altro stile, più surreale e contemplativo, però per certi aspetti il tema dell'identità (a quanto pare tanto caro ai greci) ricorre anche quì!

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    1. Segnato, grazie.

      Per quanto riguarda i greci, secondo me è ancora presto per fare delle considerazioni apodittiche: hanno una loro poetica, una loro corrente di pensiero eccetera, ma non hanno un manifesto e, insomma, mi sembra una cosa ancora molto in fase embrionale. O almeno spero, altrimenti rimarrebbe solo quel gran figo di Lanthimos, e ci perderemmo la potenziale bellezza di registi - Tsagari, Makridis - che non hanno iniziato col piede sbagliato.

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