Sacrificio (Offret)


Eccomi.

Dunque, bombus: Dio. Siamo così lontani da Dio che abbiamo smesso di chiederci, come giustamente nota Deleuze, se il senso originario della religione stia in un Dio che gli uomini hanno tradito oppure in un uomo risultato dall’alienazione dell’immagine di Dio. Questo perché, come purtroppo non coglie Deleuze, l’essenza stessa della religione sta nella lontananza da Dio, tant’è che se noi fossimo in Dio non avremo bisogno della religione. Si potrebbe anzi dire: siamo così religiosi da essere atei. Il senso di mancanza, di perdita che permea l’intera religione, del resto, non è che la ragione per cui o, meglio, la conseguenza del fatto che «l’uomo non è un’isola», come direbbe John Donne. altrove), e il fatto che la notizia sia falsa non provoca certo un annientamento della catarsi, piuttosto fa in modo che non si verifichi a livello umano ma strettamente individuale; in questo senso il sacrificio viene attuato perché, fondamentalmente, verteva sullo scambiare il proprio passato (gli averi) per il proprio futuro date le considerazioni di cui sopra, perché solo sbarazzandosi delle scorie della memoria l’individuo può realizzarsi, anzi può avere il coraggio di realizzarsi, cosa che precedentemente non aveva il coraggio di fare (mi riferisco al dialogo sull’attorialità, durante il quale l’identità dell’attore viene scorta nella speciazione dell’identità stessa in tanti ruoli quanti ne interpreta l’attore, il quale attua così la propria identità in una sorta costellazione identitaria che realizza il proprio [cioè dell'attore] io. Ma un’identità realizzata è un’identità pericolosa, perciò Alexander c’aveva dato un taglio col teatro, perché la fine gli si doveva ancora presentare ed era incagliato in un razionalismo così puro da far invidia a Spinoza). Il cortocircuito individuale, quindi, è all’uscio: l’individuo individuato e in continua individualizzazione smette, improvvisamente, di individualizzarsi e si individua, cioè smette di crescere, di modificarsi psicologicamente attraverso un percorso culturale, affettivo etc. ed è come se rinascesse, se fosse soggetto di una nuova nascita organica (individuazione) che porterà ad ulteriori ma nuove individualizzazioni. È la palingenesi, il dono che l’Alexander fa a se stesso, ed è ugualmente un sacrificio, perché, come gli ricorda l’amico, «ogni dono che si fa consta di un sacrificio»: il sacrificio, dunque, non è più un sacrificio, è una rigenerazione, una nuova nascita e il voto che Alexander ha fatto non ha niente di francescano, perché il fatto che Alexander dica di affidarsi a Dio non mostra un lato religioso del film, anzi mostra quanto sia iconoclasta Tarkovskij: ci rivolgiamo a Dio quando siamo alla fine di qualcosa, poiché Dio è l’abitante dell’incondizionato dal quale siamo separati dal grezen (confine, non barriera) di kantiana memoria e nel quale possiamo guardare non appena la fine ci si prospetta. Da qui i richiami allo Specchio & Stalker per un misticismo dell’immagine che riflette l’esoterismo del film, esoterismo che sta appunto nel considerare inadeguata la cultura e di cercare fuori (Dio, una strega etc.) una verità ulteriore. Col sacrifico l’uomo compie l’atto umile tanto evocato da San Bernardo di Chiaravalle, l’ultimo Padre della Chiesa (1090-1153), e di altra mistica speculativa, perché il gesto umile non è altro che questo: scoprirsi inferiori rispetto a Dio e/o alla Natura e, dunque, umiliarsi. In Tarkovskij, questa strada non porta – come avrebbe voluto San Bernardo – a Gesù ma porta all’uomo stesso, che si scopre come fenomeno naturale, «cosa tra le cose»; al contempo, l’umiltà insegna la miseria che ci caratterizza in quanto umani, ed è proprio dalla miseria che il sacrificio agisce sull’individuo come carità, come gesto caritatevole che porta a non avere, a non sembrare e a non apparire quel che si è. Per questo Alexander brucia i suoi averi. «Come potrebbe, infatti, Dio essere tutto in tutte le cose se nell’uomo restasse qualcosa dell’uomo?» (Bernardo di Chiaravalle). L’umiltà deifica l’anima, la libera delle scorie e la porta a un panteismo che realizza la naturalità dell’uomo. E non per niente nel finale prevalgono sui primi piani i campi lunghi, dove l’uomo è nell’ambiente. Ma l’uomo così realizzato è solo, e viene chiuso in manicomio, perché intorno a lui gli altri uomini non hanno goduto della catarsi, della liberazione aureolata di cui ha goduto Alexander; tuttavia, il finale è un lieto-fine, perché yin e yang sono ristabiliti (Alexander è vestito con un kimono) e l’equilibrio formale tra l’intimità dell’uomo iniziale, dove prevaleva l’espressività del primo piano e dove una profondità di campo da brividi catalizzava la solitudine di Alexander, e la sua estroversione (il bisogno cioè di una socialità che realizzi l’uomo) finale, dove invece prevalgono i campi lunghi in cui l’individuo è nell’ambiente, formalizza questa conquista catartica, l’avvenuta purificazione, il passaggio dell’uomo da ciò che era alla realizzazione della sua più intima natura, la natura di chi cioè coglie la propria essenza nel non essere più solo un individuo bensì individuo più ambiente. La socializzazione, quindi, sta alla base dell’impasse esistenziale, specie nel momento in cui, come nota Tarkovskij, «dover socializzare è un grosso peso», ed è un grosso peso non tanto perché l’Altro, troppo spesso, venga da noi scoperto alieno a noi quanto perché la socializzazione ci rende manifesta la propria necessità intrinseca, il fatto che siamo manchevoli, che abbiamo bisogno dell’Altro, perché, fondamentalmente, l’uomo è un’isola che non vuole essere tale. Tarkovskij sembra far planare la propria arte da questa considerazione, dall’astringente percezione di una mancanza originaria cui l’uomo deve sopperire con riempitivi che significano nella maggior parte dei casi creazione («Che l’umanità sia capace di creare un concetto universale della legge assoluta e della verità sarebbe come creare un nuovo universo, di essere demiurgo» sostiene il protagonista ad inizio film, Alexander), sia essa fideistica (come nota Feuerbach, «non Dio ha creato l’uomo ma l’uomo ha creato Dio») o, nel caso di Tarkovskij, artistica; non è un caso, infatti, che il punto di partenza del regista russo sia un realismo (intenso in senso aristotelico di plausibilità dell’azione e verosimiglianza dei caratteri) che, di fondo, ha per oggetto la creazione di un nuovo mondo, e non per niente un certo Heidegger (non Martin ma Gotthard, un teologo di fine Seicento) avvertiva nei romanzi di epoca barocca, totalmente anti-realisti, un pericolo teologico non di poco conto, perché la verosimiglianza dei caratteri dei personaggi lì descritti può condurre all’immedesimazione di un mondo non creato da Dio, l’unico che abbia il diritto sulla Creazione, ma dall’uomo, e per questo Alexander rifiuta perentoriamente la teoria nietzschiana dell’Eterno Ritorno esposta dall’amico Otto, il quale crede così profondamente nella natura del dionisiaco che teme il razionalismo di Leonardo tanto caro, invece, ad Alexander. Sorge, a questo punto, un dubbio, esemplificato dall’inquietante domanda che pone Andrea Calzolari a seguito del suo studio sul racconto di Diderot Jacques il fatalista: se la realtà può diventare finzione significante, chi ci assicura che non sia finzione anche la realtà significata? L’uomo è così portato a difendersi, a stare continuamente all’erta, sulla difensiva anche e soprattutto nei riguardi della natura («La morte non esiste, esiste la paura della morte» dice Alexander), che violenta e da cui tende a emanciparsi. Il risultato, secondo Alexander, è una società fondata sulla forza, dove, sempre secondo Alexander, viene usato «il microscopio come fosse un manganello». Considerare questo delirio, questa emancipazione negletta attraverso ciò che ha a posteriori (ora) significato – appunto questa società fondata sulla forza – spinge quindi Alexander a rifiutare il cammino dell’umanità, a sostenere che «il peccato è tutto ciò che non è necessario», che, insomma, la società stessa, fondata sul non necessario, è un peccato, al pari della sua vita aristocratica. La cultura stessa viene definita inadeguata in virtù che la conoscenza stessa è fondata sull’errore dell’essere razionale, considerazione che porta Alexander a riflettere sul fatto che, avendo «studiato filosofia, storia delle religioni, estetica [si sia] sono messo in catene con le [proprie] mani», perché la filosofia non dà filosofia, studiare filosofia significa appropriarsi di un metodo che permetta di non essere filosofi, di riuscire a smantellarsi di tutte quelle concezioni ataviche che regnano nel nostro cervello, cose come la causalità, la volontà eccetera. Niente di cristologico, però, in tutto questo: il termine peccato è essenzialmente umano e non designa altro che il danno fatto dall’uomo all’uomo. Fin qui il background, che convoglia nell’annuncio della guerra atomica. La guerra, vista come catarsi, come purificazione dell’umanità dall’umanità medesima è, per Alexander, un motivo spirituale forte, che abbraccia il suo essere e lo porta a compiere ciò che aveva promesso nonostante la notizia non avesse poi avuto seguito nella concretizzazione reale. Accanto a lui e a questo suo cammino di liberazione, l’altra faccia dell’umano, la sua famiglia, che esprime al meglio la paura dell’aristocrazia di perdere i propri averi: la fine del mondo, del resto, è una cosa anarchica, l’ho già detto.

10 commenti:

  1. Riporto questa tua parte che mi ha colpito:
    "Col sacrifico l’uomo compie l’atto umile... perché il gesto umile non è altro che questo: scoprirsi inferiori rispetto a Dio e/o alla Natura e, dunque, umiliarsi. In Tarkovskij, questa strada non porta a Gesù ma porta all’uomo stesso, che si scopre come fenomeno naturale, «cosa tra le cose»"
    Concetto che personalmente emerge (o che perlomeno mi farebbe piacere pensare) anche in Solaris, al momento il film di Tarkovskij che ho amato di più e per questo, sarei curioso di un tuo parere. Correggimi se sbaglio...
    Sacrificio è considerato da tanti il suo film migliore, ma non è che forse influisce anche il fatto che si tratta del suo testamento? Sinceramente ho preferito altro del Maestro... ma è innegabile che quì siamo su territori delicati ed è veramente tutto molto soggettivo.

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    1. Purtroppo di Tarkovskij ho visto tutto. Dico purtroppo perché li ho visti da ragazzino. Questo l'ho appunto rivisto ieri dopo aver letto quel che ne aveva scritto bombus. Di Solaris, ugualmente, ricordo pochissimo, ma è indubbio che a breve lo rivedrò: di quel poco che ricordo, in Solaris c'è un'estraniazione dell'uomo che Tarkovskij rende colla metafora della vita aliena, ma, appunto, non ricordo altro. Comunque, sì, considero i film di Tarkovskij vere e proprie opere d'arte e, come ogni opera d'arte che si rispetti, trovano, come giustamente noti tu, la loro potenza nell'aprirsi alla soggettività del fruitore.

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  2. Avendolo visto due anni fa, devo rivederlo. Rifletto, medito e poi ritorno. Complimenti per il post. Le tue impressioni sono sempre più articolate e complesse.

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    1. Grazie! A rileggere oggi l'ultima parte, però, potevo renderla sintatticamente meno articolata, ma c'ho messo un po' a scrivere il tutto e sì, insomma, era un sassolino che volevo levarmi dalla scarpa. Se lo rivedrai, comunque, non credo cambierai idea: la tua interpretazione è validissima, effettivamente può essere un film dai forti connotati religiosi (molte scene avvalorano questo aspetto), ma io sono una persona intellettualmente disonesta e, se lo interpretassi in quella maniera là, non lo giudicherei più il capolavoro come oggi lo considero. Poi, vabbé, secondo me se lo riguardo tra dieci anni cambierò idea nuovamente.

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  3. Nuuu, perchè l'hai tolto dai capolavori? :,((

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    1. La visione di "White epilepsy" mi ha dato da riflettere e ho fatto un po' di pulizia. "Sacrificio" rimane un gran film, ma i capolavori di Tarkovskij sono altri ("Andreij Rublev" e "Lo specchio")

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    2. E Stalker? Comunque boh, per me questo rimane uno dei suoi migliori, ma qui è una questione di gusti, perciò posso capire (per quanto ancora dovremo rosicare su White Epilepsy ��?)

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    3. "Stalker" è come "Offret": un grande, grandissimo film. Almeno per me.

      "White epilepsy" è l'origine. E l'origine non si aspetta :/

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    4. Guarda, se si trovasse da qualche parte non sarei certo qui ad aspettarla. Non sai quanto ti invidio...

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  4. (Comunque hai fatto un massacro, hai tolto tutti i miei preferiti: Sacrificio, Werckmeister, Florentina Hubaldo e Century of Birthing, Ashes and Snow... Addirittura Tie Xi Qu! D-: )

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