Camille Claudel, 1915


L'ultimo film di Dumont radicalizza, porta all'estremo la poetica del regista, una poetica del dolore (come viene detto qui), ma anche onesta, terribilmente onesta, soprattutto in questo suo ultimo ritratto, perché non invade la vita della Claudel, non cerca di formalizzarla in un prodotto artistico di una qualche fattura, non ci dà l'inizio e la fine di quel che sta raccontando, semplicemente entra in scena e se ne va, coglie un estratto, un inciso di quel che accade e nient'altro, un inciso che ha tutta l'aria di un dipinto incompleto, appena abbozzato, perciò simile in questo senso alla Pietà del Tiziano: Dumont tratteggia, come solo lui sa fare (ancora qui), la vita dell'artista Camille Claudel, ma non è vero, eppure è assurdo di come riesca a farlo, perché quello che nel film viene rappresentato è diverso da ciò che viene narrato, perché la rappresentazione di quei tre giorni in cui Camille, costretta in un manicomio, aspetta l'arrivo del fratello non fanno altro che narrare l'intera vita dell'artista, ciò che venne prima e ciò che venne dopo, vale a dire i ventinove anni trascorsi lì dentro, fino alla morte, che potrebbe dirsi prematura per una persona che non è Camille. No, Camille è un'artista e, soprattutto, è una persona, il che comporta una serie di cose come per esempio l'emotività, la vita, l'assurdità di e, soprattutto, la sensibilità di sentirsi vivi e di sentire gli altri altrettanto presenti. Ma il presente, lì dentro, non è il presente che noi conosciamo, anzi è, per ironizzare con Gaber, il presente dei filosofi, quello che non esiste, perché c'era il prima - il motivo dell'internamento - e c'è il poi, verso il quale siamo tutti proiettati ma che, lì dentro, è l'unica consapevolezza, forse l'unica salvazione. Il resto è attesa, condanna e condanna all'attesa: è, in una parola, non-vita o, meglio, un heideggeriano vivere-per-la-morte o, meglio, solitudine. Ma che cos'è la solitudine se non un'amica che ti indica dove non guardare? E così ritroviamo, appena ad inizio film, Camille che viene lavata dalle suore dell'asilo, nuda, ovvero ridotta a un guscio, senza difese, per poi scoprire che il fango che le aveva sporcato le mani è quello che raccoglieva da terra per provare a modellarlo, a dargli sembianze artistiche così da ritrovare il senso dell'arte, che le manca. Che le manca: per questo è lì dentro. Perché la vita, come sottolinea Lukács ne L'anima e le forme (prima, cioè, della sua deleteria iscrizione al partito comunista ungherese, 1918), non è che semplice esistenza, non è che incompiutezza e relatività, e necessita quindi dell'anima e delle sue forme come principî veicolanti l'egoità e l'assoluta irripetibilità dell'individuo, è l'arte cioè a dar forma alla vita, a tracciare il destino, la necessità di essa, a catalizzarla o sintetizzarla dal caos in cui si manifesta, ma, ineluttabilmente secondo questo schema concettuale, accade che s'installi un incredibile divario tra vita e opera d'arte, tra Camille come persona e Camille come artista, divario che non può non condurre a qualcosa che significa in termini marxiani alienazione e che in un linguaggio più freudiano tradurremo con schizofrenia, dal che, scadendo per un attimo nell'etica, il fatto di internare Camille, di privarla di quello che per Heidegger è «luce dell'essere», vale a dire il mondo, significa condannare Camille a non essere né l'una né l'altra Camille, a essere essa stessa un id intra-individualistico tra due se stesse, risultato, questo, che è qualcosa di destabilizzante, nel senso che non può che tradursi in un'inazione, in un'attesa che la porta a sperare senza speranza nel fatto che il fratello la porti via da lì. Questa è la tesi (uso, in questo caso, un vocabolario di dialettica hegeliana perché, fondamentalmente, il film è costruito in questo modo: Camille/fratello/incontro, tesi/antitesi/sintesi), risolta nella sintesi finale da un'irresolutezza che era stata palesata già nell'antitesi, nella quale il fratello viene presentato come fulminato sulla via di Damasco da una rivelazione fideistica che lo porta a credere in Dio in modo parossistico. Dico irresolutezza perché, fondamentalmente, Camille continua a vivere e il fratello, che ignorando il parere del medico decide di lasciarla chiusa lì dentro, continua ad andarla a trovare: è l'eterno ritorno della speranza che non si attualizza, e a noi non resta che dispiacerci del fatto che, probabilmente, quei tre giorni filmati da Dumont non siano altro che il paradigma della vita di Camille, una vita in perenne attesa, cioè mai risolta, mai attualizzata, sempre proiettata verso; dall'altra parte del piano, il fratello, che ha attualizzato la propria esistenza attraverso la fede in Cristo, una fede parossistica appunto perché è proprio questa fede insensata a portarlo a concepire la manifestazione del Tutto come un'esplicazione dei rapporti tra le creature e Dio, perché secondo lui «tutto è parabola» e, ancor peggio, «è Dio che permette l'esperienza», il che significa che la volontà umana è, sì, permessa da Dio ma, al contempo, è legislatrice di se stessa, considerazione, questa, che lo porta ad abbandonare la sorella in quell'asilo. Racconta questo, il cinema sensitivo di Dumont: della desolazione dell'animo umano, come acutamente coglie visionesospesa, perché Kandinskij aveva ragione nel sostenere che «raggiunta una meta, eliminati molti sassi pericolosi dalla strada, una mano invisibile e crudele getta su questa strada nuovi blocchi, rendendola irriconoscibile», ma mentiva a se stesso quando sosteneva che «noi non sappiamo il motivo per cui sentiamo il dovere di andare avanti col sudore della fronte, tra sofferenze, malvagità e crisi»; invero lo conosciamo molto bene quel motivo, ed è appunto il fatto che siamo soli, profondamente abbandonati a noi stessi da noi stessi, che altro non è che lo stesso movente che ci spinge alla ricerca di qualcosa di superiore o, nel caso del fratello della Claudel, di un dio troppo lontano per poterne non aver più bisogno. Questa solitudine esistenziale spiega quanto veniva detto all'inizio, ovvero lo stile bozzetto dell'opera (persino Dumont lascia sola Camille!), stile da cui l'opera trae la propria potenza espressiva: da quell'incompletezza che il film condivide con la vita della Claudel, incompletezza attualizzata dalla discrezione con cui il funestus veternus della protagonista viene abbordato, e tutto questo, sì, è incredibilmente crudele e inquietante (ha ragione bombus da quest'altra parte), sadico oserei dire, ma lo è nella misura in cui non tenta il patetismo o il moralismo, non fa prova di formalizzazioni di sorta ed evita l'errore che commise Heidegger (ridicolo nel voler forzare dentro la propria filosofia una poetica sfuggente qual era quella di Hölderlin) descrivendo e non filmando, cioè non creando ma disegnando la vita, quella stessa vita che Camille avrebbe voluto ma che le bastò soltanto per una morte incerta.

Come Dumont, ho cercato di essere il più sincero possibile, ma più mi rileggo e più mi rendo conto che la recensione necessiterebbe di un ulteriore labor limae, e di un altro e di un altro ancora. Ho ridotto all'osso quanto avrei voluto dire, ma sento che si potrebbe essere ancora più onesti e cancellare tutto quanto, spendere giusto una frase o anche solo una parola, e allora sarebbe la recensione perfetta per questo film; il problema è che sono intellettualmente disonesto e fondamentalmente non so decidermi, o meglio non sono all'altezza di comprendere appieno quest'immenso capolavoro, così da ritrovarmi perduto in perifrasi che tentano di mettere assieme quelli che per me sono i cardini di Camille Claudel, 1915, cioè qualcosa come l'esistenza e la vita, due termini completamente diversi come ci ricorda Heidegger. Andando in giro per i blog, comunque, ho trovato gente che inquadra molto meglio di me il cinema di questo regista, così nella recensione li ho linkati (spero non me ne vogliano). Fateci caso, sia impervie, ardue visioni che visionesospesa riescono a far coincidere brillantemente le due tematiche, quella della vita e quella dell'esistenza, legate dal fil rouge del dolore e dell'insensatezza o dell'assurdità di esserci.

18 commenti:

  1. Devo essere sincero, inizialmente non volevo leggere niente, perchè come sai, non ho ancora avuto la fortuna di vederlo. Ma poi la mia solita curiosità ha preso il sopravvento e non posso che ribadire il piacere che traggo ogni volta dalle tue accurate analisi. Su una cosa non ci piove, che il cinema di Dumont è un cinema assolutamente genuino, indubbiamente crudele come fa notare anche Bombus, è vero, ma "terribilmente onesto". E a questo punto, sono sicuro che anche in Camille Claudel ritroverò l'ennesima conferma su questo grandissimo autore.
    (come si può volertene?) Grazie a te invece!

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    1. Sempre gentile tu, grazie!

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    2. Non ci crederai, ma l'ho trovato stamattina e in nemmeno un'ora ha completato, incredibile :D.
      Unica pecca: è in francese e non esiste uno stralcio di sottotitoli, in nessuna lingua. Ci sono molti dialoghi o pensi che possa tentare? Perchè sapere ormai di averlo tra le mani e non guardarlo, è come subire le pene dell'inferno...

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    3. Orpo, grazie, trovato!
      Secondo me, conviene aspettare i sottotitoli. I dialoghi non sono molti, però pregnanti come al solito nel cinema di Dumont. Poi, se conosci anche un briciolo di francese, buttati, perché sono così elementari (almeno da che ricordo io) che puoi capirli.

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    4. Staaaasera mi butto, stasera mi butto e mi becco Dumoooont... trallalà :)

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    5. Facciami sapere!

      Ma soprattutto: scrivine, scrivine, scrivine. Lavori del genere non possono passare sotto silenzio

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    6. Forse era meglio aspettare. Nella seconda parte soprattutto, quando entra in scena il fratello, c'è un dialogo troppo serrato, troppo ostico da poter comprendere senza sottotitoli (oh, ma quella carrellata frontale sul volto di Camille, che bomba è?) ... Comunque ora vedo di buttar giù qualcosa, almeno penso d'aver capito la direzione che Dumont, presumo, voglia intraprendere. Senza dubbio c'è un cambiamento, non ancora chiaro, ma c'è.

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    7. Orpo, il dialogo non lo ricordavo così ostico. La carrellata, però, la ricordo nitidamente: è stata un vero e proprio colpo al cuore. Non c'è dubbio che abbia cambiato pelle, pur mantenendo una certa continuità, seppur non molto contiguativa, con i lavori precedenti. A me, ha ricordato parecchio il cinema da camera del Bergman della trilogia del silenzio, specie del secondo capitolo.

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  2. Dopo questo magnifico post, la voglia di vedere questo film si sta trasformando in ossessione. Da quello che ne hai scritto, sembra un vero capolavoro. L'attesa di Camille, rinchiusa in quell'ospedale, le visite del fratello ossessionato da una fede parossistica, la solitudine assoluta, sembrano temi adattissimi al regista.

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    1. In un altro caso mi sarei sentito in colpa di far lievitare le aspettative perché, naturalmente, si incorre nel pericolo di rovinare la visione del film all'altro, ma in questo caso, no, sono certo che sia un grandissimo film, magari sfuggente in alcuni punti, ma di certo che vola abbastanza alto da soddisfare qualsiasi tipo di aspettativa e ossessione.

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  3. Finito di vedere da poco.
    Film davvero molto bello! Molto interessante la tua recensione.

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    1. Grazie. Piaciuto molto anche a me e, soprattutto, mi ha incuriosito perché molto differente dal Dumont precedente. Della serie, chissà quale strada imboccherà colle prossime pellicole.

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    2. Purtroppo non ho visto altri suoi film, anche perché non li trovo né al noleggio né in rete.

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    3. Se ti affidi a canali fluviali, trovi tutto ;)

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  4. Bellissimo film e bellissima recensione. Un film come hai detto tu molto radicale e allo stesso tempo direi radicalmente diverso dal precedente, sorprendente. Sono tantissimo in Hype per la serie.

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    1. Sì, in effetti qui è molto più bergmaniano nella messa in scena, nel senso che è più minimalista che contemplativo e pare rifarsi direttamente al cinema da camera di Bergman. Pare, però, che con la serie tv abbia cambiato di nuovo pelle...

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  5. Nonostante le preoccupazioni che hai espresso nel finale di questa tua bellissima analisi trovo che tu sia riuscito perfettamente a inquadrare il cinema di Dumont con le tue parole.
    Hai davvero reso giustizia a questo capolavoro del cinema degli ultimi anni. Bravissimo.

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