Taurus. Il crepiscolo di Lenin (Телец)


L'Unione Sovietica è stato l'unico paese così deficiente da prendere sul serio Marx, non capendo che, sotto la veste de Il capitale, si cela in realtà una soteriologia finissima, dove la rivoluzione rappresenta il giorno del giudizio e il comunismo il regno dei giusti. Come nota Löwith in Significato e fine della storia, «la filosofia della storia dipende interamente dalla teologia, cioè dall'interpretazione della storia come storia della salvezza», quindi la prospettiva marxiana di un comunismo non come «uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi, [bensì come] il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti» (Marx ed Engels, L'ideologia tedesca) è fondamentalmente connaturata da un acceso motivo escatologico, che, per attuarsi, non può venire instaurato ma deve essere violentato nella realtà: «il futuro è per noi attuale solo nell'attesa e nella speranza» scrive Löwith, che così facendo smaterializza il comunismo, ridisegnandolo come fantasma della mente e niente di più. Il Lenin descritto da Sokurov sembra rendersi conto di tutto questo, di aver tentato la catastrofe e di essere stato fregato da essa fin quasi a prevederne, ora, l'involuzione staliniana. È un uomo fuori dalla storia, questo Lenin, così malato da risultare pornografico nella propria malattia, nelle proprie vesti sconce e pietose, perché Lenin, qui, è un uomo che non crede più né in Dio né nella speranza («Non sappiamo ancora se Dio ci aiuti mentre l'elettricità permette a un motore di lavorare» dice a inizio film), ed è un Lenin che deve fare i conti solo con se stesso, col se stesso che ha di fronte la morte: e «la metafisica non c'entra niente», e questo Taurosaltro non è che un Madre e figlio senza spiritualità, senza speranza, senza soteriologia. Vediamo Lenin non riuscire più a moltiplicare il 17 al 22, non saper stare seduto in macchina e avere bisogno che gli sia letto non il Marx-politico ma il Marx-uomo, quello che, come lui, stava ormai giungendo alla fine, e il tutto a significare un discreto bisogno di significato, di desiderio di sapere che, sebbene il sole sorgerà ancora dopo la sua dipartita, questo fosse un sole diverso: è un corpicino in fase d'arrivo, che vede la meta, arranca verso essa ma ha bisogno di spogliarsi di tutto – di Dio, della speranza, della salute, delle sue vesti da umano – per, una volta arrivato alla meta, voltarsi indietro e trovare un significato che sia in un certo senso retroattivo, perché solo dopo aver abbandonato il significante si trova il significato, perché la natura del segno sta nel suo annullarsi, ovverosia è solo quando il segno viene decriptato in ciò che significa che il segno si realizza, ma è una realizzazione che annulla ciò che realizza, poiché il segno è ora ciò che significa e non più il segno che era (solo per gli analfabeti il segno rimane tale, e la I non è mai una vocale ma una stanghetta), e Lenin sta appunto diventando un uomo morendo, sta cioè, per dirla con Nietzsche, diventando quello che è, sta diventando il sostantivo, sta abbandonando la situazione verbale che designa il movimento (la vita) fino a raggiungere la quiete propria del sostantivo, lo stato in luogo che segue il moto a luogo esistenziale; in questo senso si spiega anche il Tauros del titolo, termine che, come sottolinea Ghezzi negli extra del DVD, in russo equivale a «telets», somigliante a «tel'tse» (corpicino), a indicare quindi un qualcosa di malaticcio o, meglio, un qualcosa in fase evoluzionale, tant'è che in russo il tauros-toro è ancora ciò che designa il vitello, che diventerà un toro ma che, in qualche modo, è antitetico rispetto a esso, perché il toro sottomette (è dittatore) mentre il vitello è sottomesso (è popolo), e sta qui quella che Sokurov chiama «condanna all'incompiutezza», perché non a tutti i vitelli è dato diventare tori (molti vengono mangiati in anticipo), e l'intero film, pur promettendo continuamente un finale, un arrivo, in realtà non termina ma si spande fuori dai propri limiti temporali, coinvolgendoci e colpendo là dove siamo più vulnerabili: nella vita vera.

2 commenti:

  1. L'ho in archivio da tempo. Prima o poi, dovrò trovare il tempo di vederlo.
    Interessante il Lenin "vitello", malaticcio, senza speranza, consapevole del proprio fallimento, prevedendo l'involuzione staliniana.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, interessante davvero. Se non avessi ascoltato quell'intervista di Sokurov non l'avrei mai capito. A ogni modo, la tetralogia di Sokurov va vista: vedo che il "Faust" ti è piaciuto, quindi ti consiglio vivissimamente anche gli altri tre ("Moloch" lo guarderò a breve).

      Elimina