Luz Silenciosa (Stellet Licht)


Un pianosequenza metafisico, l'estasiante bellezza del nuovo giorno, una speranza solo apparente. La luce di Reygadas collega questi tre elementi, amalgamandoli in se stessa, ma è una luce silenziosa, che farà da filo conduttore all'intera vicenda, barcollando (in bilico) tra l'esistenza e l'inesistenza. Di questo, noi non ne facciamo parte e, seppur emotivamente coinvolti, riusciamo nell'azzardo di capire soltanto una cosa, e cioè che quando fa rumore, la luce, si manifesta nei colori delle cose, e nient'altro; il resto è in se stesso, ermetico, perché le attese non vengono esaudite e le scelte risolvono dilemmi la cui soluzione è un ennesimo problema, e persino la morte si è stancata di uccidere, quindi batte cassa e si licenzia, fa i bagagli e semplicemente non esiste più. L'orologio, intanto, scandisce il tempo della seconda scena, ma il tempo non è altro che la percezione del fatto di esserci, qui e adesso, con tutto il nostro Se Stessi: e per questo Zacarias si mette a piangere, perché è il dolore ad avvertirci che stiamo male, non l'evento che lo provoca, anzi è proprio il dolore che ci fa star male, perché il dolore è retorico e si manifesta dentro l'individuo, permeandolo (e svanendo solo nel momento in cui cade in contraddizione con se stesso), mentre l'evento avviene in superficie e si manifesta solo sulla superficie (piano su cui agisce la psicanalisi, in tutta la sua inutilità), come un simulacro, che non è né copia né idea. In tutto questo, il Destino è manifesto e stringe l'essere umano a stesso, lo costringe a rimanere solo, e non è che gli altri non sappiano aiutarlo, è che non possono, perché il dolore è una cosa così intima cui nemmeno il soggetto che ne è afflitto, nella sua più piena coscienza di sé, riesce a venirne a capo, tant'è che Zacarias si ritrova a vagare, «solo et pensoso», in cerchio, forse per evitare il bivio, forse per ritornare sui propri passi e ripetere, ripetere, ripetere ciò che è già stato fatto, quasi che non esistesse altro che quel circolo vizioso che non consente alcun clivaggio, perché come Edipo non ha mai ucciso Laio e Giocasta non ha mai giaciuto con lui, così Zacarias, che per tutto il film non fa altro che non fare, non ha smesso di amare la propria moglie, è che semplicemente necessita di un altro amore e della specularità di questo rispetto all'altro. Reygadas indugia su ogni singola scena di questo mosaico, anzi indugia sull'insignificanza di ogni singola scena per mostrare che il gioco è esaurito sin dall'inizio, che non c'è più niente da fare né da dire, ed è l'insignificanza, unica eternatrice di qualsiasi ente esistito in questo universo, a permeare ogni singolo attimo, senza che nessuno se ne renda conto: e dire che basterebbe così poco, a volte, per smettere di soffrire, giusto pensare, con Epicuro e col padre di Zacarias, che soffriamo soltanto perché crediamo che non c'è via di scampo dal dolore, che sarà eterno. Ma non lo è, e noi non siamo altro che significanti ed è nel momento in cui agiamo che diveniamo quei significati che altro non sono se non l'attualizzazione di una tra le varie potenzialità (passioni, parole, pensieri, emozioni) che sono in noi intrinseche nell'inazione: «L'emozione era solo dentro di me, era il mio bisogno di provare qualcosa» dirà (non a caso) Zacarias, che solo in ultimo, quando sarà ormai troppo tardi, capirà che, sì, aveva ragione la propria amante quando gli diceva che «la pace è più forte dell'amore», e lo è per il semplice fatto che sottende a - o più propriamente è - una stabilità che mai sentiamo davvero nostra ma alla quale tutti, in quanto materia, miriamo. La consolazione è che la morte possa, in fin dei conti, rivelarsi come una sorta di stabilità, se non addirittura come la Stabilità, ma ecco lo scherzo, lo sberleffo di Reygadas, la sua condanna esistenziale: abolire la morte, e nonostante il dolore delle contrazioni per espellere i residui del feto abortito ritrovarsi a partorire qualcosa di vivo grazie al Methergin.
Hic et nunc altre, più oggettive (e competenti), re-censioni.

11 commenti:

  1. Grazie per il link e per la magnifica disamina di questo film così complesso. Di questa "luce silenziosa che barcolla (in bilico) tra l'esistenza e l'inesistenza."

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    1. Grazie a te per i complimenti :)

      I link erano d'obbligo, non fosse altro che senza di voi non mi sarei mai deciso a vederlo.

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    1. Dici che ho esagerato? .-.

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    2. melius abundare, quando serve, e qui serve.

      ti faccio una domanda, in quanto unico nel pianeta colpito dall'apparizione di Jacques Brel alla tv, ti ha detto qualcosa o è scivolato così?

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    3. In tutta sincerità (e sentendomi molto ignorante nel dirlo), non lo conosco...

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    4. prova qui

      http://stanlec.blogspot.it/2011/12/jacques-brel-les-adieux-lolympia.html

      mi dirai:)

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  3. Me gusta lo sberleffo di Reygadas "abolire la morte"... Grazie per il pensiero e per le tue sempre ottime riflessioni :)

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  4. le tue parole più belle tra quelle che ho letto. Il film è meraviglioso, mi ha folgorato. cercavo qualcuno che ne avesse parlato per condividerlo.
    "e persino la morte si è stancata di uccidere, quindi batte cassa e si licenzia, fa i bagagli e semplicemente non esiste più."

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    1. Grazie, davvero gentile da parte tua. Onestamente, mi è capitato di rileggere qualcosa scritto l'anno scorso il mese scorso e c'era da mettersi le mani nei capelli. Questa per un pelo si salva. Gran film, comunque.

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