Solaris (Солярис)


La tagline con cui Solaris viene presentato al pubblico italiota - «La risposta sovietica a 2001 - Odissea nello spazio» - non fa granché onore al regista di Andrej Rublëvj, che si distacca così nettamente dal lavoro kubrickiano da porre la propria opera non un gradino sopra né uno sotto, bensì su tutt'altra rampa di scale. Tuttavia, è indubbio che Tarkovskij debba aver visto il film di Kubrick e non deve aver condiviso lo schema di fondo, perché fondamentalmente Kubrick ha troppa fiducia nel genere umano in quanto essere razionale, mentre Tarkovskij è più cauto, tant'è che un paragone frettoloso potrebbe vedere nel primo un uomo fortemente condizionato dall'illuminismo così come lo ha inteso Cassirer, cioè come un periodo in cui la ragione, facendosi il suo statuto autonomo rispetto motivi fideistici o d'altro genere, acquisisce una sua potenzialità intrinseca illimitata, e nel secondo invece un kantiano fatto e finito, cioè l'ultimo di un periodo (quello illuministico, appunto), che trova la propria potenza espressiva proprio nell'essere l'ultimo, nell'essere, insomma, colui che conosce a memoria il periodo che va a terminare e che, per questo, può sottoporlo a critica, innanzitutto ponendo dei paletti alla ragione stessa o, in termini criticistici, far basare la metafisica su una riflessione trascendentale. Infatti, laddove Tarkovskij si interroga sulla scienza, sulla verità e, dunque e soprattutto, sull’uomo, Kubrick trapassa direttamente al livello successivo, mitizzando l’uomo e dandogli, addirittura, uno statuto astrale e ancestrale (la fastidiosissima immagine del feto nello spazio), ed è onde evitare questi deliri che in Solaris la scienza viene continuamente messa sotto inchiesta (le viene eretto un tribunale, per continuare a citare Kant), il che non significa certo limitare le possibilità conoscitive umane quanto, piuttosto, ricondurre la scienza stessa all'umano, il quale, come nota uno dei protagonisti del film, si è dato dei limiti fittizi, con i quali colpisce «l'idea stessa della mancanza di limiti del pensiero e, fermando il movimento in avanti, finisce coll'andare indietro». La questione di una moralità scientifica («La conoscenza è autentica solo quando è sostenuta dalla morte»), tuttavia, cozza contro il fatto che sia «l'uomo a rendere immorale la scienza» (si veda Hiroshima), ma è un dilemma, questo, che, nel momento stesso in cui viene posto, pone anche la propria soluzione, perché sostenere che sia l'uomo a rendere immorale la scienza significa non solo ricondurre la moralità all'uomo ma anche oggettivare la scienza, renderla, a differenza della morale, qualcosa di esterno all'uomo e non dipendente da esso, qualcosa insomma che l'uomo acquisisce. Per questo Solaris è un cervello pensante, perché si obiettiva e non è obiettivato, perché ad esso, così come alla scienza in generale, si giunge attraverso la conoscenza. Il dilemma etico è così risolto, e non c'è più una dicotomia tra una verità scientifica e una verità verso l'umanità, anzi le due cose si compenetrano e si fondono in un'unica verità. Ma questo non si compie in Solaris, perché la tragedia è avvenuta prima ed Edipo non ha segnato il suo destino uccidendo Laio e sposando Giocasta perché il destino non si compie ma è compiuto, e quello di Edipo era compiuto già da prima della sua nascita secondo la profezia dell'oracolo di Delfi; ugualmente, la scienza, intesa come qualcosa da acquisire, come altro da sé, è destinata ad egual sconfitta così come la missione Solaris ha inscritto in sé il proprio vaticinio nella delirante pretesa di possedere la scienza senza avere coscienza di sé («Perché scoprire l'universo se non ci si conosce» si domanda nel film). La pazzia, dunque, che coglie dapprima un membro dell'equipaggio, è la manifestazione di questa inconsapevolezza, di questo non aver mai frugato nel proprio intimo e di ritrovare se stessi all'esterno, in Solaris e nelle sue materializzazioni di ciò che di più intimo ci appartiene, le nostre ossessioni, le nostre paure; contemporaneamente, la pazzia è anche conoscenza, è appunto un aver conosciuto (sebbene in forma perversa), e, come le baccanti venivano possedute da Dioniso e parevano deliranti alle persone razionali (leggi, a chi non era posseduto dal dio), così la pazzia non è altro che una conoscenza ulteriore, che chi non la possiede, ascoltandola da chi la possiede, non può comprendere e finisce per bollare chi la possiede come pazzo: «L'uscire fuori di sé, ossia l'estasi nel significato letterale della parola» osserva Giorgio Colli, «libera un sovrappiù di conoscenza», ed è questo sovrappiù che materializza gli ospiti (Hari, per esempio), perché Solaris agisce come uno specchio e, sebbene ciò che riflette non esista nella realtà (si veda la discussione impiantata da Hari coi membri dell'equipaggio, che non vede il motivo per cui lei non dovrebbe essere considerata alla stregua degli esseri umani che la circondano, essendo sia lei che loro hic et nunc) ma soltanto dentro di esso, al contempo è attraverso lo specchio/Solaris, attraverso l'immagine riflessa o la proiezione del nostro io più profondo che noi arriviamo a conoscerci come noi stessi; in questo modo, la scienza si riconduce all'uomo, ma non nel senso di cui sopra (di ricondurla all'uomo attraverso la conoscenza, di considerarla, cioè, come un oggetto esterno cui l'uomo può tendere) bensì in quello che vuole far dell'uomo stesso scienza di modo tale che l'uomo sia per se stesso oggetto di scienza, che l'unica conoscenza propria dell'uomo sia la conoscenza di sé, cosicché il cosmonauta che voleva conoscere Solaris conosca, conoscendo Solaris, nient'altro che se stesso.

14 commenti:

  1. Affascinante come sempre, film e lettura! Ho apprezzato anche parecchio l'ottimo confronto con il film di Kubrick.
    P.S. Vai questa sera alla proiezione di Camille Claudel 1915?

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    1. Grazie! Dal film di Dumont sono appena tornato, ora organizzo uno straccio di recensione.

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    2. Dimmi intanto solo una piccola cosa a caldo: oltre satana, o quest'ultimo rimane ancora imbattuto?

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    3. Eh, bella domanda. Quest'ultimo credo lo apprezzerò meglio domani. Ha praticamente radicalizzato il suo stile. Comunque, non capisco la domanda: intendi che Dumont rimane imbattuto o "Hors Satan"?

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    4. Radicalizzato? Incredibile, più radicale di prima? È possibile?

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    5. Sì, lo stile è quello che già si trova formalizzato in "Hors Satan" (quello tipico di Dumont, per intenderci), colla differenza che qui, fondamentalmente, "non se ne esce", cioè non c'è una storia, anzi è semplicemente il frammento di una storia, qualcosa che non ha inizio né fine, il che non significa non abbia né capo né coda, anzi significa soltanto che Dumont non è stato invasivo e non ha voluto formalizzare, narrativizzare, sdrammatizzare (non so che termine usare) una storia di vita vissuta e l'ha colta come dallo spioncino della porta.

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    6. Scusami, intendevo quale hai preferito tra Hors Satan e Camille Claudel ;)

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    7. Ah! Eh, devi scusami, sono abbastanza tordo, l'hai già sperimentato altrove. Comunque, indubbiamente "Camille Claudelle, 1915" è un'opera d'arte, probabilmente superiore a "Hors Satan", ma ora come ora direi che preferisco "Hors Satan" per il fatto che "Camille Claudelle, 1915" va metabolizzato e, magari riguardato, e soprattutto perché viaggia così altro che credo pochi potrebbero apprezzarlo appieno.

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  2. Sì, "il cosmonauta che voleva conoscere Solaris conosce, conoscendo Solaris, nient'altro che se stesso". È oscuro ed inquietante Solaris, ma non per questo meno meraviglioso e sorprendente.

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    1. Forse troppo inquietante, per i miei gusti. Il finale, poi... da brividi. Sì, è meraviglioso, hai ragione, ma insopportabilmente inquietante.

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  3. Mi ha disturbato la visione di questo film, e a dir la verità non ci ho capito molto. L'inquadratura finale poi mi ha confuso: è tornato sulla terra o era su un'isola creata dall'oceano?

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