Visions of Europe. Prologue


Un unico piano sequenza, una fila lunghissima che aspetta il rancio gratuito nella desolatezza della pustza magiara. Così Béla Tarr prelude alle Visioni d'Europa, perché il prologo deve aver natura di prolegomeni e perciò sta alla fine, perché è ciò a cui tutto quello che segue si rivolge; deve quindi porsi in anticipo, il prologo, così da realizzare l'intero solamente alla fine, quando cioè, finalmente, ci si volta indietro e ci si accorge che. E si svolge in silenzio, il prologo. Nel bianco e nero che annulla le kantiane categorie di spazio e tempo di modo da eternare ogni cosa, ogni volto, ogni miseria umana che si rattrappisca nell'attesa, perché non è passato quello che viene mostrato dalla mdp ma è sempre. E benché l'Europa non sia più quella e benché del tempo sia trascorso (e il tempo non torna mai sui propri passi), quella è l'Europa reale, passata o futuribile o maledettamente presente; poco importa che Greenway la veda come una doccia o che il tutto si risolva in un gioco a premi i cui concorrenti sono ancora vittime di un passato nefasto, perché queste sono solo superficie, sono inganni, auto-illusioni, metafore caustiche per addolcire il reale, ma il reale è ciò che sta in fondo e nel fondo le radici continuano a crescere, intrecciando passato e presente. Così, Béla Tarr ci pone di fronte a questo affresco, nichilista nel suo realismo radicale, nel suo ritrarre, a forza, l'incarnazione di chissà quale spettro - un affresco attraverso il quale il regista ungherese par voglia ricordarci soltanto di noi stessi, noi che non siamo mai stati più lontani di così da Dio.

5 commenti:

  1. Tarr è Tarr, e non si discute, figuriamoci con te:)
    Mi incuriosiscono, però, anche altri frammenti, episodi, segmenti, non so come chiamarli. In particolare quello di Kaurismaki e quello di Gatlif, ma anche quello di Boe e di Fatih Akin.
    Hanno un filo conduttore comune?

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    1. No, o meglio sì, ma molto labile. Da quel che ho capito, hanno avuto tutti un budget standard a disposizione e cinque minuti oltre i quali non sforare. Sostanzialmente, si tratta di come ognuno vede l'Europa, e naturalmente tutti e 25 i registi la vedono in maniera diversa, il che influenza anche gli stili. Naturalmente, quello di Tarr è il migliore, penso sia il miglior cortometraggio che sia mai stato realizzato nell'intera storia del cinema.

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  2. Te lo dico sinceramente. Penso che in tutta la rete non circoli un'esamina migliore di quella che hai fatto te per questo piccolo (ma altrettanto immenso) gioiellino di Tarr. Ho apprezzato molto il paragone con Greenaway e con l'episodio del gioco a premi (che ho odiato fortemente). Europa maledettamente attuale, giustissimo! Di tutto il pacchetto, sicuramente il segmento migliore assieme a "Children Lose Nothing" di Bartas e aggiungerei anche "Crossroad" di Szumowska, con quel crocifisso abbandonato al crocevia, bellissimo secondo me.
    Complimenti davvero :)

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    1. Grazie! "Crossroad", effettivamente, ha colpito molto anche me, forse più di "Children Lose Nothing", anche se quest'ultimo è suggestivo come pochi.

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  3. rivedendo la visione di Bela Tarr non posso non pensare a quei giorni che a Praga, forse 15 o 20 fa, affianco alla pensione dove stavamo, ex-convento, poi ex sede della polizia ceca, con celle al piano seminterrato, visitata da Havel, per motivi immaginabili (la nostra cella-camera, turistica, era affianco alla sua, c'erano le foto del presidente Havel con Carlo d'Inghilterra in visita), dicevo affianco alla pensione, la porta affianco, c'era la sede di una specie di Caritas, e la mattina c'era una fila lunghissima, allora non conoscevo Tarr, e le facce delle persone in fila per un po' di cibo erano le stesse del film, e le stesse che oggi sono in fila un po' dappertutto.
    Visions of Europe.

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