Viaggio nella pianura ungherese (Utazás az Alföldön)


Non puoi leggere nulla in rete riguardo questo Utazás az Alföldön senza imbatterti nella parola «spiritualità», eppure si sbaglierebbe nel cercare in esso un qualche stralcio di spiritualità o tentare di interpretarlo come un semplice omaggio a Sándor Petöfi (1823-1849), poeta magiaro che ha cantato la spiritualità della pianura ungherese con chiassosa egoità, e si sbaglierebbe anche nel leggere in esso un'estrema elegia a una terra stepposa, quasi brulla, perché quell'amante malinconico che l'attraversa, pur essendo umano, non ha niente a che fare con questo mondo così come questo film non ha niente a che fare con la spiritualità. Divorato dal vino, risanato dalla poesia, l'amante cerca conforto in se stesso negli stessi luoghi in cui Béla Tarr girò Sátántangó, ma ora Satana ha smesso di ballare e ciò che resta, qui, è un bambino che si dondola sull'altalena: non c'è niente da eternare, tutto è giunto al limite, sul bordo di qualcosa che prelude a qualcos'altro, qualcosa di nuovo o un nuovo inizio di quanto c'era già prima oppure, più probabilmente, più niente a parte la fine stessa, fine alla quale l'amante, parafrasando un po' Petöfi e un po' l'Apocalisse di Giovanni, si rivolge nel finale. Non c'è niente da eternare, e per ciò i colori, per materializzare il tutto, per non confondere la poesia con la realtà, e sta dunque qui il nocciolo di Utazás az Alföldön, cioè nell'essere un film a colori, colori tutt'altro che blasonati o artificiali; è, insomma, un film sui colori, la cui [= dei colori] realtà cozza vivamente col desiderio di spiritualità che vena la poesia di Petöfi e con quell'ostinato & disperato tendere all'eternità dell'amante malinconico, ma sta anche qui lo scacco che Béla Tarr muove alla materializzazione della spiritualità, perché, sebbene sia palese che l'amante sia prossimo al suicidio, non è vero che solo la spiritualità faccia parte dell'eternità dell'essere: anche la materia, come nota Simondon, è eterna, e lo è nella misura in cui è testimonianza della sua propria spiritualità, ovvero quando è caduca, destinata a scomparire. La massa candida dei martiri tibetani che si danno fuoco in segno di protesta e muoiono carbonizzati non è solo tutto ciò che di loro rimane ma è anche, nella sua materialità e «col suo simbolismo di pietosa fragilità», testimonianza di spiritualità, di una vita che si è spenta eppure rimane: è materia che ha direttamente a che fare con la vita eterna, così come la pianura ungherese cantata dal materialismo di Tarr.

6 commenti:

  1. Aggiungo anche questo corto alla lunga lista Tarr :)
    Dalla tua bella recensione sembra un po' meno ostico degli altri.

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    1. Be', ora che hai visto "Il cavallo di Torino" vai via liscio. Secondo me, persino "Sátántangó" è meno ostico del cavallo sabaudo.

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  2. Dev'essere veramente bello, me lo segno anch'io! Conosci "Salmo Rosso"? E' un'altro film ungherese del '71, tratto anche quello da un romanzo di Sàndor Petofi, "Il popolo chiede ancora". Ne avevo scritto tempo fà.

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    1. Sì, lo conobbi da te e me lo segnai tra i Vv di Nientepopcorn. Per un motivo o per l'altro mi scordai di cercarlo, però la recensione mi aveva colpito. In settimana lo scarico.

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    2. (Comunque questo si trova sul Tubo.)

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  3. Grazie, visto sul tubo. Grandioso!

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