Antichrist


C'è una presenza strana, impercettibile, direi quasi ingombrante in Antichrist, una presenza che stabilisce il gioco e le sue regole per poi, con abili trucchi di prestidigitazione, ingannare le comparse e mischiare di nuovo le carte, reinventare il gioco, ingannare e chiudere i battenti quando il gioco non le piace più e, finalmente, raggiungere la pienezza del proprio essere quando, intorno a lei, nient'altro esiste. Paradossalmente, è una presenza tragicomica, una farsa che non ha dignità di esistere e che, per questo, agisce come deus ex machina sui due poveri cristi, o meglio sulle loro esistenze, e l'agire della presenza soddisfa il binomio tragico/comico rivelandosi tragicamente nelle vite della coppia per realizzarsi - nei confronti di se stessa e solo di se stessa - comica, cioè per soddisfare un proprio bisogno di infima ilarità, di buffonesca inazione, di effimera vendetta. Perché la presenza (dal praesens, -entis latino) è, fondamentalmente, ciò che è presente, ciò che si palesa come essenza prim'ancora che come vera e propria esistenza: è presente, come un fantasma che non esiste, come un flatus vocis, come qualcosa, insomma, che non ha la capacità di esistere ma, al contempo, c'è, è. E questa presenza non è tanto il bambino quanto, piuttosto, la sua morte: è colla morte del bambino che le azioni assumono quella catastrofica necessità che condurrà a quel determinato epilogo, perché la morte del bambino è catastrofante, pretende la catastrofe come risarcimento di una disattenzione coitale che l'ha portato a suicidarsi, ed è un bambino che non ha nome e che per l'intero film non è se non la propria morte di modo da non essere presente senza di essa. Non c'è il bambino, c'è la morte del bambino e questa morte è presente come una specie di burattinaio che muove i fili delle marionette determinando i nessi causali nelle azioni dei personaggi, nessi che escludono la possibilità, il contingente e divengono pura necessità culminante nel tragico epilogo finale; in breve, è la realizzazione della tragedia e dell'epica secondo Aristotele («Compito del poeta è di dire non le cose accadute ma quelle che potrebbero accadere e le possibili secondo verosimiglianza e necessità») nonché la dissacrazione della dissacrazione che Diderot ne [= di quest'aristotelica idea di tragico] fece in Jacques il fatalista, dove Diderot rammenta al lettore che i fatti narrati sono finzioni funzionali soltanto all'autore, che non esiste necessità e che la necessità è immessa nel racconto dall'autore («Come vedi, lettore, sono sulla buona strada, e dipenderebbe solo da me farti aspettare un anno, due anni, tre anni, il racconto degli amori di Jacques, separandolo dal suo padrone e facendo accadere all’uno e all’altro tutte le avventure che voglio. Chi potrebbe impedirmi di dar moglie al padrone, e di farlo cornuto? o di imbarcare Jacques per le isole? e condurvi il suo padrone? e ricondurre entrambi in Francia sulla stessa nave? Com’è facile fabbricare dei racconti! Invece se la caveranno, l’uno e l’altro, con una brutta nottata, e tu con questa digressione»). In questo senso, non deve stupire se i nomi dei protagonisti non vengono dati o detti, perché, sostanzialmente, i protagonisti non hanno nome, non sono nemmeno protagonisti: sono tipi universali, siamo tu e io, sono caratteri, connotazioni e non denotazioni. Fondamentalmente, von Trier descrive caratteri, emozioni, pathos, Antichrist è un film privo di azione e di azioni, poiché su tutto agisce l'emotività dei personaggi come causa dei loro comportamenti, degli accadimenti che li sconvolgono eccetera, ma questo non è che il mondo sublunare, continuando a dirla con Aristotele. Il mondo degli astri, il cielo, il primo motore immobile che permette l'azione e il movimento è la presenza di cui sopra, la morte dell'infante, un fatto su cui i protagonisti non hanno potere (loro non fanno, per ciò muore il bambino) e, contemporaneamente, un fatto che avrà potere sui protagonisti. La coppia diventa schiava senza aver lottato, la dinamica servo/padrone si annulla in anticipo, ed è un inizio non iniziato, quello cioè tipico della tragedia, quello finzionale, ma finzionale per essere verosimile, necessario, possibile nel senso di credibile, totale. La storia, viceversa, accade, e non c'è avvenimento che non presupponga un prima; l'inizio di Antichrist, invece, non presuppone alcun prima: c'è la morte dell'infante, punto. Lars von Trier, scopertosi cristiano con Le onde del destino, annulla il proprio background e dipinge una tela in cui sono assenti tipici motivi evangelici quali colpa e redenzione per far posto alla realtà degli eventi, quella del Qoelet («Vanitas vanitatum et omnia vanitas»), e così Antichrist muove dall'errore, dal caso, dalla sfortuna, da qualcosa di indomabile che ci sconvolge per divenire, Antichrist intendo, il film più realista di von Trier, ovvero il film in cui la realtà strutturale è lasciata da parte per far posto a quella esistenziale, che non capiamo e che ci rende bisognosi di una Bibbia, di un qualcosa. Un film intimo, insomma. Che spiega molto bene il precedente salto che viene fatto dall'uomo-von Trier ne Le onde del destino, dove ancora è predominante il motivo della natura ma in cui è già subentrata la virgola divina: quella de Le onde del destino è la natura di Genesi 3, che noi abitiamo non perché creata da Dio ma perché colpevoli del peccato originale, mentre quella di Antichrist è una natura pagana, panteistica, dannunziana. E in questa natura non agisce ancora Dio ma una presenza, la presenza della morte, la presenza della non-esistenza, quindi una presenza che può manifestarsi soltanto attraverso l'esistenza di chi, banalmente, non è morto: ecco lo scacco, quello che Cioran definirebbe «l'inconveniente di essere nati» e che Simondon, invece, legge come un'«eterna nekuia»: dopotutto, non siamo ancora schiavi di Dio, non siamo, citando Nick Cave, un «microscopico ingranaggio nel suo piano catastrofico», anzi siamo manovrati dalla presenza che, banalmente, abbiamo creato noi, senza colpa né intenzione. Ed è il fatto che non ci fossero intenzioni a far svaporare l'etica e la morale in Antichrist, perché in Antichrist i genitori non hanno colpa della morte del figlio, anzi ne sono vittime. «Se volete essere tristi, fate un figlio», scrive David Foster Wallace. Ed è un po' quello che accade anche qui colla materializzazione della morte (ovvero colla presenza), morte che è sempre morte rispetto ai vivi, quando è ricordata da e fintantoché fa soffrire chi, ancora, non è morto. Ma sta qui lo scioglimento dell'intreccio, la catarsi finale, perché la presenza uccide e fa uccidere, ma chi muore è anche chi, infine, teneva in vita o, meglio, in praesentis la presenza, che, realizzando la propria essenza di dolore, si autodistrugge, si suicida: l'infante muore e la sua morte diventa presente ai genitori, che agiscono in sua funzione fino allo sfacelo della coppia, coppia che, al contempo, è anche unica raison d'etre della presenza e il cui sfacelo, quindi, porta all'evaporazione della presenza, che semplicemente smettere di esistere o, meglio, di essere presente, ed ecco che la morte del bambino non è più nulla se non un fatto del mondo inghiottito dalla storia e dal mondo stesso e la presenza è sola, quindi inutile e morta, sconfitta non da altri ma soltanto da se stessa.

30 commenti:

  1. Mannaggia la miseria, eccolo! Questo è uno di quei maledettissimi film su cui penso che non riuscirò mai a scriverne qualcosa di veramente esaustivo, ma se in futuro dovessi parlarne, credo proprio che dovrò avvalermi di una tua consulenza (magari facciamo un post in due ;)
    Comunque, anche a mio parere il miglior Von Trier, assieme a Dancer in the Dark però - che vuoi, quello mi aveva spezzato il cuore :'( ...

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    1. Concordo, un grandissimo von Trier, il mio preferito perché il primo amore non si scorda mai (e non per niente mi innamorai di questo film perché fu il primo che vidi con la mia ex-). Impossibile scriverne in maniera oggettiva, ma con un po' di disonestà intellettuale, forzandolo e mettendoci del proprio si potrebbe parlare per ore e ore. L'unica cosa obettiva da dire, probabilmente, è che è un lungo incubo, anche se a me il finale trasmette speranza. A ogni modo sei un giusto se ti piace von Trier, ultimamente non sento che critiche nei suoi riguardi.

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    2. E' sempre stato abbastanza criticato e in modo particolare da questo film in poi. All'epoca penso di non aver mai letto opinioni così contrastanti come nel caso di Antichrist e non c'erano vie di mezzo: o capolavoro (pochi a dire il vero) o ciofeca totale (moltissimi), arrivando a etichettarlo addirittura come "porno-horror", ma dai! Giusto per farti un esempio, quando lo vidi al cinema (caso rarissimo in un multisala), su 300 posti c'erano 11 persone (escluso il sottoscritto e un amico), di cui 4 abbandonarono la proiezione a metà. Pensa te!

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    3. Be', chissà perché questa cosa non mi stupisce :P A ogni modo, secondo me, anche Lars von Trier, specie con questo film, si è preoccupato molto poco di essere apprezzato, cosa che invece si è abbastanza preoccupato di fare con l'ultimo, "Melancholia". Certo, alcune critiche non stanno nè in cielo nè in terra, poi, ma c'è da dire che in questo film vige l'ermetismo, abbastanza sfrenato per giunta (a partire dal titolo).

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  2. ancora mi manca, quello che mi ha colpito di più, finora, è "Le onde del destino", e comunque, a parte "Idioti", mi piace molto, mi manca anche l'ultimo:(

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    1. Aaah, "Idioti" l'ho adorato, un film totalmente anarchico che nom ho potuto non adorare. L'ultimo, invece, segna un po' una battuta d'arresto, specie rispetto a capolavori come "Le onde del destino" e "Antichrist", che ti consiglio caldamente.

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  3. Dopo un tentativo andato a male (dormita), lo rivedrò prima o poi. Il burattinaio, il caso, la presenza, la morte, nulla mi è chiaro. Vedrò di rischiarare queste tenebre.
    Forse ti farà arrabbiare: ma io amavo di più il primo Von Trier, quello meno spocchioso (un po' meno), quello cioè dell'Elemento del crimine e di Europa o, ultimamente, del grande capo.

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    1. Sì, molti preferivano quel von Trier, persino Ghezzi credo che abbia preso a male la sua svolta "commerciale". Secondo me è stata necessaria, o meglio non poteva essere diversamente. Ma cosa intendi per "spocchioso"? o, meglio, perché lo preferivi allora?

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    2. Io non intendevo commerciale (anche perché non credo che i suoi film abbiano incassato mai tanto), mi riferivo al Von Trier che si interroga sui massimi sistemi (Dogville e Manderlay) sulla religione e sulla morale (Le onde del destino) o melò iper drammatici (Dancer). Preferivo il Von Trier meno complesso, meno moraleggiante. Tutto qui. Comunque, anche a me piacciono molto i suoi film (devo ancora vedere Idioti).

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  4. Io non direi che i genitori non hanno colpa della morte del figlio, Lei vede chiaramente mentre sale sulla finestra, avrebbe potuto agire ma non ha agito ed è questa la colpa, così come tutti i soprusi perpetrati precedentemente. L'entità "figlio" poi ha un nome, l'unico ad averlo, ovvero Nic.

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    1. La colpa implica un'intenzionalità, che non esiste.

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    2. Invidio la tua sicurezza su questo punto, cosa te lo fa dire così con convinzione?

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    3. Cosa? Che non esiste intenzionalità o che la colpa implichi intenzionalità?

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  5. comunque la negligenza ricade nel concetto di colpa

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    1. E chi parla di negligenza? La negligenza ricade nel concetto di colpa solo in quanto implica il concetto di dovere. C'è un dovere materno?

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    2. Visto in quest'ottica il tutto ha un senso, allora mi pongo un'altra domanda: perché in questo contesto non dovrebbe esistere un dovere materno?

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    3. Perché il dovere è sociale. C'è una sensibilità materna, se vuoi. Ma un dovere? Essere madri è qualcosa di naturale. Il fatto che la società abbia privato la donna di questo e se ne sia appropriata, della maternità, infarcendola di doveri e cose simili credo sia uno dei temi cardinali di questo film, in cui, appunto, la donna rientra in contatto con la natura proprio nel momento in cui è stata naturalmente madre, in cui suo figlio è morto, in cui si è sottratta alla maternità socialmente intesa.

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    4. Hai stravolto tutta l'interpretazione che avevo di questo film e ti devo dare ragione. Ho sempre pensato che il tutto fosse l'analisi del lutto di cui però lei si sentiva colpevole, che la figura della donna avesse una rilevanza diversa, mi sbagliavo.

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    5. Mah, è un film così denso che, secondo me, lo si può interpretare molto liberamente e, soprattutto, assecondando la propria soggettività. Poi, per il resto, credo conti molto l'impatto emotivo, al di là dell'analisi filmica...

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    6. L'impatto emotivo per me è stato enorme, la mia paura era quella di non essere andato in profondità con la riflessione infatti non avevo colto quello che mi hai fatto notare. Secondo me nell' interpretazione c'è sempre il vissuto di chi guarda ma se ho avuto un vissuto di merda non è che posso cannare completamente, qualcuno me lo deve far notare

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    7. Mah, sì, magari un po' di lucidità in più e nient'altro : )

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  6. Questo film ogni volta che lo guardo mi sconvolge sempre in maniera diversa e non riesco mai a razionalizzare l'impatto che ha su di me, sfugge completamente, sempre. E' interessantissimo quello che dici, ho colto qualcosa di (molto più vagamente) simile anch'io, ma tu parli di presenza che nasce dalla morte del bambino, e che quindi è a partire dalla sua assenza che scaturisce e si sviluppa il dramma, ma a me, vedendolo, è parso che questa presenza ci fosse già da prima, della morte del figlio. Noi non la vediamo, non ci viene mostrata perché il film appunto inizia dal nulla, ma non è come se la si evocasse tramite le vecchie foto del bambino con le scarpe storte, e ancora di più col ricordo di lei che sentiva le grida e che non erano del figlio? Non so, mi è parso ci fosse qualcosa di più strettamente collegato alla donna, già anteriormente la morte del figlio (penso anche alla pagine della sua tesi che mostrano frasi via via più rarefatte)

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    1. Probabilmente hai ragione, però, così, togli molto alla sua maternità: certo, il dramma è collegato alla donna, ma come procreatrice, come madre...

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    2. In che senso tolgo alla sua maternità? è che leggevo un discorso più generale sulla condizione della donna nel corso del tempo(strega e incarnazione del male-isterica repressa), mi sembrava volesse mostrare come il senso di colpa, l'isterismo ecc.. siano prodotti dalla cultura, come se la presenza fosse appunto qualcosa già lì, una sorta di imposizione che si manifesta e esplode nel momento in cui ne ha il pretesto, e su cui deve poi trionfare una specie di anticristo nietzschiano

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    3. Nel senso che mi pare che von Trier concepisca sin da subito la donna come madre, e del resto la donna è madre per definizione, cosa che peraltro non toglie nulla alla tua riflessione sulla cultura, anzi.

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    4. Sì sì, le due riflessioni non si escludono, e sì anch'io ho l'impressione che parta dalla figura della donna come madre, è che non capivo in che modo toglievo qualcosa alla sua maternità..

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    5. Forse ho esagerato. Intendevo dire che il fatto che tu sposta l'amartia dalla morte del figlio a qualcosa d'antecedente mi sembrava un po' svalutare il tema della maternità...

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    6. Capito. sì forse passa un po' in secondo piano però non avevo quest'impressione, vedevo comunque un legame che univa quelle cose rievocate in qualche modo alla maternità e all'incapacità di viverla in armonia.. per esempio le grida o il camminare sull'erba che la spaventano, come se qualcosa di esterno interferisse e per questo lei non riuscisse a ricongiungersi colla natura e a vivere di conseguenza la maternità in maniera spontanea. Ma forse così forzo il discorso io, che poi alla fine non è molto importante

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    7. Guarda, credo che Antichrist sia un film così denso che difficilmente lo si può forzare; anzi, ne sarebbe da parlare per ore...

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    8. Hai ragione.. se si inizia non si finisce più, e resta comunque di una potenza incredibile e inafferrabile, forse per questo resta fino ad ora il migliore di tutti i suoi film

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