Enter the void


Enter the void non è un film sulla morte ma un film sulla vita, perché nel momento in cui annulla un certo tipo di spiritualità (quella cristologica della resurrezione, per intenderci) realizza un altro tipo di spiritualità, che è quella autentica dell’individuo. Non deve incuriosire, dunque, che Gaspar Noé parli, piuttosto che della Bibbia, del Libro tibetano dei morti, perché lo scacco mosso alla religione è, fondamentalmente, lo scacco della spiritualità, dell’individuo di fronte alla morte, morte che non è fine, termine ultimo: morendo, l’individuo non termina di esistere, ma perpetra nella propria continuità individuale come altro rispetto a sé, rispetto a ciò che era prima e non è più: diviene assenza, una specie di anti-individuo, un buco nell’esistenza. E l’assenza è presente, c’è, così come, da morto, Alex è presente durante tutto il film, vola sul modellino di Tokyo eccetera, ma, essendo morto, non viene mostrato, e infatti sono soggettive (di ciò che vede), le sequenze in cui la sua assenza è presente, e, di più, sono quelle sequenze soggettive che ci danno modo di vedere cosa fanno, cosa producono, cosa percepiscono i vivi, perché il morto, il Grande Assente, è – in qualche modo – in funzione dei vivi nello stesso modo in cui i vivi lo sono dei morti, cosa che avevano compreso a fondo i tibetani (ma non solo loro, anche gli antichi romani avevano percezioni simili, basti pensare al trentesimo carme di Orazio, quando scrive «exegi monumentum aere perennius»); in questo senso, i vivi (vedi la scena della sorella di Alex che, affranta, se la prende con chi ha tradito suo fratello) hanno il compito di perpetrare la loro memoria, e solo così sarà possibile dispiacersi della morte di Alex, provare empatia verso il defunto, perché la sua rimane una vita futuribile, un condizionale passato, qualcosa che avrebbe dovuto essere ma non è e non potrà essere, perché la morte è sempre individuale nel collettivo, cioè l’assenza viene colta nella presenza di chi c’è ancora e l’incompiutezza della vita di Alex, quello che avrebbe potuto fare e non potrà fare si realizza nel momento in cui vi sono altri che compiono azioni e rinnovano l’assenza, il cordoglio, la morte con la loro vita quotidiana. Per questo gli spazi filmici sono abitati esclusivamente dai vivi, perché loro ci parlano del morto, è per loro che il morto è morto, ed è per questo che Enter the void è un film sulla vita più che ancora sui vivi, perché la vita individuale non può non essere collettiva, e questo nel momento in cui il pre-individuale si metastabilizza nell’individuale attraverso chi è altro da me, dall’individuo, cioè grazie al collettivo: l’aseità è fondamentalmente schizoide.

Qui, un altro, probabilmente più appropriato, parere.

10 commenti:

  1. Carissimo Poor che dirti? Ne hai senz'altro tratto l'aspetto più filosofico e profondo. Diciamo che la mia visione è più cinematografica ed è giustissimo così, anche perchè con tutta onestà, competere con la tua cultura letteraria è praticamente impossibile. Hai tutta la mia stima perchè leggerti è sempre un piacere, specialmente in casi come questo, dove c'è stato modo di confrontarci e dove entrambi abbiamo ricavato due impressioni direi di un certo spessore e che penso, possano soddisfare chiunque voglia saperne qualcosa in più di una semplice trama. Un pensiero che m'è venuto solo ora; non è che tutti e due abbiamo sviscerato forse anche troppo un film che, visto nella sua forma finale, racchiude intenti ben più "popolari", cercando di avvicinarsi ad una fetta di pubblico più ampia possibile? Se dobbiamo confrontarci su gente tipo Tarr e simili cosa succede?
    Grazie per il link!

    P.S. Oscar, Alex è l'amico ;)

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    1. Sì, va be', secondo me se Noé ci legge ci guarda come due svitati XD A conti fatti, il film vale di per sé moltissimo come esperienza visivo-emozionale, però scavarci dentro, mettere anche po' di sé nel film e trovarci una propria visione è fondamentale, nonché molto divertente. Poi, vabbé, Barthes diceva che l'autore è morto, quindi l'opera vive solo d'interpretazioni.

      Per quanto riguarda Tarr, non saprei. Io vedo il cinema di Tarr come una vita a sé stante, quindi ognuno la vive in modo proprio. Mi è capitato di leggere delle opinioni interpretative su "Werckmeister" che, se anche ben strutturate, toglievano moltissimo al film in termini di empatia eccetera.

      Riguardo il P.S., erhm, , sapevo che avrei dovuto rivederlo prima di scriverne. Va be', per i miei standard mnemonici è già un miracolo che un Alex ci sia effettivamente nel film.

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    2. A proposito di Werckmeister, pochi giorni fà ho letto la tua opinione e mi sono promesso di riguardarlo al più presto. Naturalmente poi tornerò preparato, spero!

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    3. L'ho ri[ad libitum]rivisto anch'io pochi giorni colla scusa che mio padre non l'aveva ancora visto. Il classico esempio di un film che vivi - e interpreti, cogli &cc. - ogni volta con sfumature diverse. Capolavoro!

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  2. Concordo sull'a-seità... il Bardo Todhol funziona esattamente così...
    Il film a mio parere è ipertrofico - almeno nell'extended version - e la sceneggiatura mostra ammaccature e pesanti cliché.
    La bellezza di questo testo 'psichedelico' con mostruoso budget è dovuta in gran parte a Benoit Debie; uno dei DOP più dotati in circolazione. http://lci.tf1.fr/cinema/news/interview-benoit-debie-enter-the-void-5840014.html

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    1. Io a rivederlo, credo cambierei gran parte della recensione: non mi piace più, e hai perfettamente ragione sull'ipertrofia e sulle lacune in sede di sceneggiatura. Ora recupero Debie, che non conosco - grazie!

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    2. La verità è che ti piacciono soprattutto delle cagate immonde. Il problema è che, purtroppo, te ne rendi conto solo anni dopo, come in questo caso. Per risparmiarti la fatica ti anticipo che 3/4 della roba che oggi definisci capolavoro è in realtà merda fumante.

      Ci si risente tra un anno e mezzo/due anni, per verificare il tutto titolo per titolo.

      Ciaone

      p.s. Che cazzo ti "recuperi" Debie, che è un direttore della fotografia? Direttore della fotografia del quale hai visto diversi lavori di sicuro comunque, Spinrg Breakers di Korine, per esempio, ma pure quel capolavoro di cinema dell'immanenza che è Il Cartaio di Dario Argento.

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    3. Ah, perché secondo te io mi preoccupo di chi sia il direttore alla fotografia di SB?

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    4. Ah, questo puoi saperlo solo tu. Del resto, Spring Breakers era un altro cagatone che, ai tempi, t'era piaciuto.

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  3. Misteri della fede, 15899

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