Sátántangó


Dire che Béla Tarr è l'eugenetica ha un suo senso, a patto che si conosca il cinema dell'ungherese., in particolar modo la sua magnum opus, Sátántangó, dov'è in nuce la poetica che verrà compiutamente realizzata in A torinói ló e dov'è ormai formalizzato quel suo stile di regia e d'indagine psico-sociologica condotto coi suoi primi film. Checché se pensi, e come giustamente nota Ghezzi, Sátántangó non è un film lungo, nonostante le sue sette ore abbondanti, perché il ritmo non è della vicenda ma di varie vicende, che non si dilatano e, se si dilatano, è per convergere in quell'unicuum finale che rende Sátántangó il più importante film di Béla Tarr, un film in cui il tempo è formato da più tempi, particolarizzati e compressi in sette ore; piuttosto, il monumento-Sátántangó ricava la capitale importanza dai temi che tratta o, meglio, dal tema che squaderna, tema che altro non è se non un collegamento tra quello che fu il suo cinema (il cinema sociale di Családi tüzfészek, per esempio) e quello che verrà ad essere con Werckmeister harmóniák, dove la socialità non è niente se non una deviazione di una mathesis universalis che non è dell'uomo e non può appartenergli. Così, se da una parte si hanno i drammi sociali e politici che fanno perno sulla sensibilità di un paese collassato a causa del comunismo sovietico, dall'altra i drammi si fanno universali, cioè fondati su una stabilità cosmica che in buona parte deresponsabilizza l'essere umano in quanto essere umano e/o in quanto animale politico-sociale dal dolore che, ineluttabilmente, emana, crea, soffre, e Sátántangó agisce appunto qui, fungendo contemporaneamente da connettivo & spartiacque, perché la fine del mondo è una cosa veramente politica, perché quando si parla di fine non è si è mai a dire o dare qualcosa di oggettivo: la fine del mondo è la fine dell'umanità, è un'estinzione di razza che viene colta solamente da quella razza, quella nel suo stadio terminale cioè: è, nel pieno del suo significato, un'accezione particolare del pianeta Terra, una visione di esso tipicamente antropocentrica. Che il mondo non finisca con noi, del resto, è poca cosa… e, in fondo, chi se ne frega? La fine di qualcosa è necessariamente l'inizio di qualcos'altro, sia pure, anche, questo qualcos'altro il nulla che ora pare non esserci, perché non bisogna dimenticare che noi stessi, noi umani, deriviamo da quell'estinzione che sconvolse il pianeta 65 milioni di anni fa, quando scomparvero quegli enormi rettili dinosaureschi che dominavano gli spazi del Cretaceo, permettendo ai mammiferi (la specie che soffrì meno e anzi trasse maggiore vantaggio da quella catastrofe) di diversificarsi e proliferare: noi siamo figli di questa fine, è stupido dimenticarlo. E soprattutto non ha senso pensare che questa fine significasse tanto poco per i dinosauri quanto tanto a noi. La catastrofe, dunque, diventa qualcosa di pienamente soggettivo e trova le proprie radici nella delirante credenza che questo qualcosa, che finisce, abbia un senso o, ancora peggio, lo ricavi nel momento stesso in cui finisce; a questo proposito, basti pensare al termine catastrofe, che, dal greco kata-strépho, designa ciò che rivolge gli eventi, li porta a termine, sì, ma li porta a termine nel senso che li realizza, fa loro acquisire un senso che, ora come ora, non sembrano avere nel loro ingarbugliato intreccio. Per questo le religioni e le sette, che vedono in un piano divino l'essenza della storia, non fanno altro che predire un'apocalisse che non arriva mai, che di volta in volta viene posticipata, e del resto è questo il paradosso di Cassandra, per il quale la profetizzazione di un'ineluttabile fine è, di per sé, tautologica in quanto, appunto, ineluttabile. Ma la fine del mondo non è una catastrofe e non lo è in ambo i sensi che ha il termine catastrofe: non è qualcosa di negativo, perché come successe nel Cretaceo questa fine può significare l'inizio per qualche altra specie, e non è, soprattutto, qualcosa che realizza ciò che finisce, ciò che ha preceduto la fine. Semplicemente avviene, ed è probabile che avvenga quotidianamente (si pensi al film di Francis Ford Coppola, Apocalypse Now, dove la catastrofe è vista nella guerra del Vietnam). Il problema, ciononostante, è che ora come ora esistono diverse fini, ognuna con la propria particolare accezione politica e morale. Non c'è più l'alluvione di Gilgamesh, che si ritrova in diverse altre scritture (si pensi alla Bibbia, dove un'alluvione segnerà la fine degli empi e un nuovo inizio per i giusti), ma c'è la guerra nucleare, c'è l'effetto sera e un sacco di cose che ci fanno capire come, ad oggi, la fine si sia spostata da un piano trascendentale (Dio, per esempio) a un piano prettamente contingente, interno: se giungerà la fine del mondo, sarà a causa nostra, ed è inutile ribadire quanto spocchiosa, egoica e presuntuosa sia quest'affermazione. Eppure, d'altra parte, questo ci permette di riportare la fine, sì, al contingente ma, soprattutto, al possibile anziché al necessario: se abbiamo noi la colpa, possiamo anche fare in modo che non accada. Questo pensano economisti come Latouche, che vedono nella Decrescita Felice un buon modo per uscire dal problema senza però rendersi conto che, il problema, permane, e permane nelle stesse condizioni in cui c'è sempre stato, perché quello della Decrescita Felice non ha niente di laico, anzi è fondamentalmente cristologico, finalistico e soteriologico, perché anche qui, come nella Bibbia, la fine è qualcosa che viene vissuto in termini edificanti, di colpevolezza e, insomma, di neoreligiosità che vuole nella natura una condizione ideale pari a quella del giusnaturalismo di Hobbes, ma la natura non è buona, è neutra. La Chiesa, per esempio, che sostiene che l'omosessualità sia contronatura commette l'esiziale errore di considerare la natura come cosa buona e giusta, ma non è detto che lo sia, e, anche lo fosse, pure la medicina, alla stregua dell'omosessualità, dovrebbe essere considerata contronatura, quando invece siamo noi che trascendiamo sul piano naturale i nostri precetti di moralità ed eticità per, in qualche modo, giustificare l'ethos, fondarlo oggettivamente, e questo sulla base che, la natura, la conosciamo, l'abbiamo studiata, ma, come nota Nowotny, la conoscenza di un sistema implica che si perturbi e si modifichi il sistema. Ecco perché Béla Tarr muove da uno sguardo disincantato, lucido, neorealista, costruendo un film dove il regista non interferisce, quando possibile nemmeno sul tempo, quindi preferendo la continuità di un piano-sequenza a un montaggio che, rispetto al tempo, si fa demiurgico, ma c'è di più, perché questi non sono che strumenti che Tarr adopera per indagare il reale, e il reale muta a seconda degli interessi con cui si affronta; così, se in un prima i problemi dell'umanità erano legati alla politica, alla società, all'individuo stesso, ora quei problemi rispondono ad un preciso piano cosmico che non è, banalmente, una soteriologia neoreligiosa, ma qualcosa che ha a che fare con l'entropia, con la ricercatezza di stabilità propria della materia. Perché noi siamo materia, la volontà e l'intelligenza sono cose effimere, stupide, che non abbiamo ma ci siamo dati, come nota Nietzsche, e in un certo senso è vero che il tutto è più la somma delle sue parti come vorrebbe una certa psicologia della Gestalt, ma non è vero che quel tutto ha un più che nessuna delle parti che lo compongono può dargli anche in aggregazione con altre. Noi siamo:
  • organi,
  • sangue,
  • sperma,
  • ossa,
  • pelle,
  • cellule,
  • peli,
e tutte queste parti sono in continua ricerca di una stabilità che è propria di ogni singola materia, di ogni singolo atomo. Pensate all'inizio del mondo, alle migliaia d'anni che ci son voluti, a questo stremato pianeta, di raggiungere una propria stabilità, con eruzioni vulcaniche, fiumi di lava ed ere glaciali. Così ha creato la vita, ma la vita, al tempo stesso, è materiale, non c'è niente di spirituale in essa, e non ha tanto senso dire che un mammifero sia più importante di un sasso che viceversa. Come la materia, che siamo, cerchiamo una stabilità, ma la stabilità è materiale, checché si sia ora incasinata con religioni e politica e quant'altro. La fine del mondo, in quest'ottica, non potrebbe che essere necessaria, ma necessaria nel senso di una stabilità cosmica, ontologica del panteismo materiale in cui siamo immersi, e allora sì che il tutto è più della somma delle sue parti. In quest'ottica si potrebbe anche leggere il cosiddetto argomento della fine del mondo di Carter, che si basa su un calcolo meramente statistico e probabilistico che vuole la fine del mondo in un tempo abbastanza breve (cose tipo cinque secoli), perché ora noi formiamo il 7% dell'intera popolazione umana che ha abitato il pianeta Terra da quando il primo uomo ha fatto la sua comparsa sul pianeta Terra (siamo 7 miliardi, in totale gli uomini esistiti sono 100 miliardi), per cui ipotizzare che la razza umana viva per altri milioni d'anni significa ipotizzare che noi, ora, non formiamo che un milionesimo dell'intera popolazione umana che ha abitato il pianeta Terra da quando il primo uomo ha fatto la sua comparsa sul pianeta Terra, il che è statisticamente e probabilisticamente poco credibile. In pratica, è come estrarre il proprio nome da un cilindro in cui ci sono x bigliettini: o abbiamo la fortuna di aver pescato proprio il nostro nome tra un migliaio di bigliettini oppure il cilindro non contiene più di dieci bigliettini. Carter, dunque, si avvicina all'ipotesi di Fermi, per cui noi non abbiamo ancora ricevuto visite aliene non tanto perché gli alieni non esistano, ma perché il fatto che un alieno venga a trovarci significherebbe che il suo grado di sviluppo tecnologico, scientifico, intellettuale &cc. sia così progredito da non poter più progredire ma, anzi, da implodere su se stesso. Il discorso sull'apocalisse, quindi, è un discorso meramente sociologico, ma sociologico nella misura in cui è sociologia l'esistenza dell'uomo su questa Terra, e questo Béla Tarr l'ha intuito, anzi l'ha capito così profondamente che, in ultimo, ha sterzato e dai primi sul catastrofico destino dell'uomo in quanto animale politico-sociale (Családi tüzfészek) si è spinto a indagare (meglio, a mostrare) il catastrofico destino dell'uomo in quanto essere vivente, in quanto materia, in quanto facente parti di un cosmo che tende alla stabilità. Nel mezzo, c'è questo Sátántangó, la cui importanza è, dunque, presto e facilmente detta: la fine del mondo, cioè la fine dell'umanità, è qualcosa che non ha niente umano ma risponde a un bisogno di stabilità cosmico (A torinói ló), e sta qui la valenza politica (quella sviscerata in Családi tüzfészek e, ancor di più, nel suo prologo alle Visioni d'Europa, dove un piano-sequenza di cinque minuti mostra la fine del mondo come fenomeno politico attraverso una lunga fila di poveri e derelitti in attesa del rancio) della fine del mondo (e per questo Béla Tarr è l'eugenetica), fine del mondo che segna un nuovo inizio e, quindi, una fine delle gerarchie sociali e politiche che hanno corrotto l'esistenza dell'umanità. Si avvicina un nuovo ordine, i potenti presto perderanno tutto. Non c'è più bisogno di sottostare silenziosamente ai loro dettami, perché presto loro e i loro dettami non saranno che polvere. La rivolta del popolo contro il potere è intrinseca a un popolo che ormai non ha più speranza, questo Marx lo dice chiaramente. Patrizi e plebei, aristocrazia e borghesia, borghesia e proletariato sono tutte lotte di classe che si verificano al culmine del progresso di una determinata classe, progresso che non può che implodere perché, appunto, culmine oltre quale non si può andare e, soprattutto, perché è così opulento come progresso che soffoca un'altra la classe, la quale o si rivolta o muore. La fine dell'umanità, col suo millenaristico potere anarchico, destabilizza, e destabilizza chi è stabile. Ma solo il potere è stabile, perché la stabilità è data dal possesso e dal poter-fare; per questo, solo il potere e i potenti la temono, mentre per i diseredati non ha altro significato che la fine di qualcosa senz'altro, e cioè della loro condizione di diseredati e, soprattutto, di chi li ha resi diseredati. Ed ecco che, improvvisamente, la fine del mondo, questo spettro che pare cieco e sordo a qualunque cosa tranne che alla propria volontà di distruzione, assume forti colorazioni politiche, di giustizia intesa come fine dell'instabilità. Ed è ben voluta e attesa con trepidazione, questa benedetta fine del mondo, perché è fondamentalmente eugenetica, perché, fondamentalmente, il tango di Satana è un tango santo.

11 commenti:

  1. Nella mia infinita ignoranza di animale politico/sociale, materia sgretolabile inglobata all'interno del cosmo dall'era cretacea.... molto grossolanamente penso di aver afferrato il tuo discorso :) Uhmm mi torna lo schizzo di gettarmi nuovamente nella maratona tanghiana.
    Bravissimo davvero! Ma ora, comunicando con me da comune essere mortale quale io sono, non hai niente da dirmi su Dumont?...

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    1. Ehi, aspetta un secondo: il mio discorso viene dal basso, e soprattutto non è gerarchico o gerarchizzante. Siamo tutti fatti della materia che possediamo. Una volta credevo, con Foucault, che l'individuo fosse il corpo che possiede, ma ora inizio a pensare che, se le cose stanno così, chiunque è materia, è, per dirla in breve, al pari di un sasso, niente di più e niente di meno.

      A ogni modo, di Dumont ho visto solamente "Hors Satan", e avevo tentato di guardare "Hadewijch" ma avevo scaricato un versione che mi mandava i subs fuori sincrono, quindi l'ho visto per modo di dire. "Hors Satan", a mio modesto parere, è un gran film, girato a regola d'arte, ma fondamentalmente lo trovo abbastanza ostico, perché non capisco quanta cristianità ci sia nel film: la buona samaritana, l'esorcizzazione del male eccetera sono tutti argomenti tipici di un certo Vangelo, e soprattutto il tema dell'ospitalità ha molto di evangelico, perché basta pensare alla Grecia Classica per scoprire quanto il carattere dell'ospitalità venga inteso in modo totalmente diverso, eppure la potenza di Dumont, oltre a questo, è, come notano i tipi degli Spietati, di non definire il Male, di relativizzare le nostre concezioni di un Bene e di un Male, che quindi non sono più assoluti (nel senso di ab-solutum, cioè sciolti da legami)… o, meglio, secondo me non è nemmeno questa la forza di Dumont, secondo me la forza di Dumont sta nella confezione del lotto, che è anche quel qualcosa che mi riesce di digerire poco: fondamentalmente, Dumont forza moltissimo la naturalità (vedi i paesaggi), ma soprattutto elimina i dialoghi e,d'accordo che l'uomo è intrappolato nella Semantica e nella Sintassi (per dirla con Lacan o con Pennisi), ma in linea di massima mi riesce difficile credere che un'esorcizzazione del - anzi, dal - Male riesca solamente nel momento in cui ci spogliamo della socialità, recuperiamo la nostra natura di animale &cc., perché, da questo punto di vista, il Male non può essere esorcizzato. Rousseau scrisse che il più grande errore dell'uomo è stato uscire dalle caverne e che, per questo, avrebbe dovuto farci ritorno; Kant, dal canto suo, ha detto che, sì, è vero che uscire dalle caverne è stato un grossissimo errore, ma un ritorno alle caverne è impossibile. Ora come ora noi non possiamo fare a meno della metropoli, a meno che non siamo Mario Rigoni Stern o pochi altri, e soprattutto non possiamo fare a meno della - leggi, uscire dalla - trappola del linguaggio, quindi, in qualche modo, siamo condannati al Male, e la condanna umana al male può essere condivisibile o meno, non importa, ma ciò che importa, invece, è che Dumont crede appunto che un fantomatico ritorno alle origini riesca a liberarci dal Male (il che è molto cristiano da dire se viene detto a qualcuno che, con Nietzsche, non crede moltissimo in concetti quali Bene e Male), il che è vero, riuscirebbe, più che a liberarci dal Male, a annullare il male per il fatto stesso che questo annullerebbe qualsiasi forma di moralità, ma, d'altro canto, io non credo che questo ritorno alle origini sia possibile.

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    2. Mi dispiace Poor, ma hai frainteso la domanda. La mia era una battuta in relazione al contenuto del tuo ottimo articolo che ho letto con vero piacere, come apprezzo tutto il resto che solitamente scrivi proprio per lo stile e la domestichezza con cui lo fai. Perciò quando ti chiedevo di "comunicando" non volevo travisare il tuo discorso ne fare paragoni sulle nostre posizioni in fatto di materia. Ad ogni modo ti ringrazio per la tua esamina su Dumont, eccellente pure questa e come vedi, è ulteriore conferma di quanto appena scritto riguardo alla tua domestichezza. Anche se non intendevo che mi parlassi dell'universo dumontiano, ma pensavo avessi capito che mi riferivo a Camille Claudel, 1915, visto le avvisaglie lanciate sul blog di Bombus :) Ho comunque scoperto (ho letto poi) che lo proiettano al Museocinema a Torino, ti invidio per la serata che ti aspetta!
      Grazie ancora!

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    3. Ecco perché odio la rete, perché non si capisce mai nulla >.< Pure il buon vecchio bombus mi rimprovera spesso di non intendere l'ironia di diversi suoi commenti (cosa che, peraltro, avrei difficoltà a fare anche in real, a dire il vero). A ogni modo, "Camille Claudel, 1915" devo ancora vederlo, per cui non mi era passato per l'anticamera del cervello che mi stessi chiedendo di quello. A ogni modo, in maniera nazionale, dovrebbe uscire il nuovo di Reygadas, quindi rincuorati :D

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    4. Cavolo! Questa si che è una magnifica notizia, ma dove l'hai letta?

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    5. Ivi, http://filmup.leonardo.it/cinema_ant.htm :D

      Il 9 maggio "Post tenebras lux" e il 20 giugno il nuovo film di Chan-wook Park, di cui non ti ho mai visto scrivere ma che, siccome ti considero una persona degna di esistere, so che apprezzi molto :P

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    6. Finalmente, che possa accendersi la luce! A costo di arrivare a fino Padova o Trieste, vista la quasi impossibilità di una programmazione nella mia provincia e limitrofi, ma da qualche parte il 9 maggio ci sarò.
      Grazie per la drittissima :)

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  2. "Satantango" ancora non l'ho visto, ma aspetto il "momento" libero, di Chan-wook Park sto per vedere "Thirst"
    leggero il post dopo aver visto "Satantango".

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    1. "Thirst" dicono sia il miglior Chan-wook Park, io l'ho trovato un gradino sotto "I'm a cyborg, but that's okay", ma forse dovrei rivederlo. Su "Satantango", sarei curiosissimo e felicissimo di sapere la tua opinione, anche perché, purtroppo, di quel film se ne sentono così poche :(

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  3. Lo vedrò martedì e poi commenterò questo tuo meraviglioso post. Una sola domanda: è possibile "rateizzarlo"? O è necessario un giorno di ferie?

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    1. Sì, è fatto a capitoli, quindi grazie al cielo è possibile fare delle pause, io, però, ti consiglio, magari non martedì ma un giorno che non hai nient'altro da fare, di provare a guardarlo per intero, perché è un'esperienza una. Sette e passa ore di film, oltre a non essere per niente pesanti (lo dico e lo ripeto: i tempi sono limitatissimi, non ci si annoia mai), fanno in modo che "Satantango" diventi quello che è, e cioè un'esperienza di vita prima ancora che un film nel senso classico della parola.

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