Amarcord


A m'arcord, mi ricordo. Ed è un sollievo saperlo, perché il ricordo è sempre l'ultimo di qualcosa. Come questo film, girato per segnare un tramonto generazionale, per essere quella diapositiva che testimonierà che, sì, è successo davvero, è stato davvero così. Nessuna nostalgia in tutto questo, solo la consapevolezza della fine, di qualcosa di nuovo che è, però, altro rispetto a tutto ciò che precede, perché il traguardo non fa mai parte del percorso – questo è chiaro. È altro. E Amarcord sbiadisce qui, divenendo niente: semplice limite, non è né della generazione di Fellini né della generazione che l'ha seguita, e se sembra voler rispolverare un tempo mitico di una Ferrara fiabesca è solo perché, a conti fatti, la grazia va conservata in segreto & osservata in silenzio per non correre il rischio di materializzarla in qualcosa di ossuto e gretto. È ricordo, la grazia di Amarcord, e sta qui la sua unicità: nel fatto di riuscire a essere qualcosa di intimo e, contemporaneamente, sociale. E così il ricordo si fa memoria, la quale è insieme individuale e collettiva: in una parola, partigiana. Perché il senso della comunità, di appartenenza, cioè «di avere gli altri dentro di sé», risulta oggi anacronistico, tormentato da una folla che è sempre più solitaria, da una globalizzazione che sempre più significa individualismo o diffidenza; per questo la mia generazione non avrà mai un proprio Amarcord, perché priva di memoria, senza socialità alcuna: è se stessa, e questo le basta. Ma le basta in una maniera strana, anapodittica, quasi che tutto quello che davvero conti fosse l'hic et nunc di cui sappiamo solamente l'hic et nunc. Non è la generazione del Sessantotto, quella che ad ogni album di de André vedeva critiche in prima pagina sui giornali. Non è la generazione dei cantautori, dei Fellini, della comune, di Pertini. La mia generazione è quella di Spring breakers (anche se è ancora troppo ignorante per apprezzarlo), quella composta da ragazzine che si bagnano quando sentono Manuel Agnelli snocciolare frasi di forte impatto emotivo ma senza un reale contenuto e quella degli alternativi che pensano che indossare una kefiah significhi fare la lotta di classe, convinti come sono che esista ancora una società interclassista. La mia generazione non ha, come quella di Gaber, perso, perché la mia generazione non ha più voglia di giocare, e così non non avrà mai un proprio Amarcord perché, sostanzialmente, non saprà mai dire, un domani, «a m'arcord».

Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice «Mi ricordo». (Friederich Nietzsche)

3 commenti:

  1. Io sono leggermente più ottimista. Che gli anni passati siano stati tempi pieni di ideali, di voglia di cambiamento radicale, di speranze ed illusioni, è vero, senza dubbio. Ma è anche vero che i risultati sono stati a dir poco deludenti, e, quindi, ci sia stata una reazione di disillusione altrettanto radicale. Questi nostri, forse, sono tempi più pragmatici, più realistici e disincantati. Tempi di ortotteri.

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    1. Sì e no, perché è vero che i nostri sono tempi più disillusi e realistici, ma è altrettanto vero che sono i tempi in cui la gente fa sponda da Berlusconi a Grillo. Il mio, purtroppo, è un discorso molto particolare, nel senso che si basa sul poco che vedo intorno a me: e vedere universitari che non sanno nulla della resistenza italiana o di chi fossero Sacco e Vanzetti mi mette i brividi e di certo non mi fa essere così ottimista. Poi, vabbè, basterebbe vedere la moderna cultura italiana, tra cinema, teatro e musica, per capire che c'è davvero poco di buono.

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    2. Sì, è vero che tutto va un po' a scatafascio, ma è una deriva che abbiamo imboccato da un bel po'. Non credo molto nella retorica dei bei tempi andati, e niente succede dall'oggi al domani.
      Comunque, Amarcord è un film magico, meraviglioso.

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