L'ultimo posto sulla terra (Mesto na zemle)


A mano a mano che questo film moldavo (Mesto na zemle, tradotto con L'ultimo posto sulla terra) procede si abbandona l'impressione dell'esperimento registico e/o della volontà di dire qualcosa di ideologico attraverso la storia di questa comune russa, il Tempio dell'amore, che accoglie in sé diseredati, clochard e disperati, perché sul background di una quotidianità di miseria e pazzia, di dolore e soprusi da parte delle forze dell'ordine, Aristakisjan stende un'elegia frammentata in quelle che lui chiama racconti di fate e che altro non sono che esperimenti d'amore tra chi non ha niente, non vuole niente e non spera più in niente: la volontà di amare – di amare veramente, questa volta – e non il bisogno meschino e deludente di amare è ciò che sta al centro della pellicola, e realizzare il proprio sé attraverso l'amore che abbiamo dimenticato, scomposto dalla spiritualità che vogliamo anteporre alla carne, sembra l'unica cosa che preme emergere da queste esistenze interrotte, perché lo spirituale è rassegnazione, oblio – dimenticanza di essere il corpo che si possiede mentre, deliranti, ci affacciamo alla vita non con ciò che ci è proprio (sangue e sperma) ma attraverso ciò abbiamo che deciso di essere (testa e cervello), ovvero ciò che rende la vita una sconfitta e che rende noi stessi schiavi di noi stessi. Bisogna quindi escludere il bisogno, detronizzare il desiderio, riuscire ad amare veramente. A imporcelo è una regia inesorabile, che guarda con lo stesso occhio commosso all'amore e alla povertà finalmente uniti in maniera indissolubile, che guarda con lo stesso sentimento disincantato a quel tizio che si castra dopo aver preso coscienza che il prossimo non è più capace di amare («Non mi serve una libertà di cui usufruiscono tutti» dirà qualcuno che, forse, non ha più voglia di sentirsi libero in un deserto) e, al contempo, guarda anche alla senzatetto che va in giro a spargere amore tra clochard addolorati che sono, invero, incarnazione di una speranza mai esistita: ed ecco allora che il percorso si biforca e, se l'uno, novello Gesù, si rende conto di essere se stesso, ovvero l'incarnazione di Dio, ovvero uomo tra gli uomini – uomini che non sanno amare e non capiscono il messaggio rivoluzionario dell'amore – e medita così di scendere davvero sulla terra, nel senso di suicidarsi buttandosi da un palazzone, facendo proprio e non di altri ciò che unicamente gli appartiene (vita e morte), la seconda invece diventa una Maddalena non più puttana che ama davvero i poveri, bacia le loro malformazioni e morde i borghesi (che sia stato questo l'errore di Gesù? di non cioè scegliere nemmeno una donna tra i suoi apostoli?)... eppure, tutto questo non basta, perché, così come siamo noi la causa dei nostri problemi, ugualmente dovremmo trovare dentro di noi non tanto la forza quanto la salvezza vera e propria, e cioè l'amore – l'amore che, checché ne dica Dostoevskij, non salverà il mondo ma che, in qualche modo, riuscirà a salvare noi stessi da noi stessi. Dopotutto, tutto ha l'importanza che noi gli diamo: tutto, in fondo, è metafisico, e cioè vuoto, meno che noi stessi.

9 commenti:

  1. Devo vederlo, assolutamente. La Maddalena che "morde i borghesi" è sicuramente una immagine originale.

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    1. Ogni uomo che pascola sui verdi prati di Dio dovrebbe vederlo, questo e pure "Ladoni".

      Così come tutta la filmografia di Béla Tarr.

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  2. Hai appena vinto un LIEBSTER AWARD. Gioisci!, finché puoi :)

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  3. Finalmente l'ho visto... Bestia che film, capolavoro al cardiopalma! Già "Ladoni" era potentissimo ma questo lo supera, nella prima parte specialmente ci sono dei momenti di un'intensità impressionante (l'evirazione, l'assurda morte del piccolo, la disperazione della madre, il lavaggio e quei capelli che strofinano il corpo... mammamia!), senza contare l'effusioni in mezzo alla strada tra l'orientale e la barbona. Mentre lo guardavo, in particolare durante l'irruzione della polizia o in quelle scene dove i movimenti di camera erano più frenetici, ho pensato che se ci fosse stato un uso del grandangolo, secondo me avrebbe raggiunto la perfezione assoluta in fatto di straniamento e destabilizzazione: prova ad immaginare per un attimo a "On the Silver Globe", che è quasi tutto girato in quel modo, pensa che botta! Con questo, Aristakisjan entra di dovere nell'olimpo dei registi preferiti... Resta solo un rammarico, di averlo visto in una versione abbastanza scadente, tra l'altro con i sub inglesi impressi male (non si riusciva a leggere un cavolo) e che verso la fine andavano anche fuori sincrono. Ho provato a cercare quelli in italiano, ma niente da fare :(
    Comunque non posso che ringraziarti mille volte per un film così, grandissimo!

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    1. Prima di leggere il tuo post, mi sono andato a vedere quanto l'avevi votato su MUBI: pensa che bestia che sono! A ogni modo, sì, concordo tutto quello che hai detto, specie l'uso del grandangolo, che effettivamente avrebbe destabilizzato non poco... ma è giù un pugno nello stomaco così, quindi forse è da ringraziare Aristakisjan d'averci in qualche modo risparmiato! Tutta l'iconografia cristianizzante, poi, con tanto di quel Cristo che fa per scendere letteralmente sulla Terra (suicidio, altro che morte di Dio!) è una bombardata. Peccato, però, che sia un film davvero deprimente, o meglio un film grande, immenso, ma che si fatica a vederlo una seconda, una terza e una quarta volta.

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    2. Il rischio era, che se tu vedevi un 4, potessi estrarre gli artigli, che bestia che sei! Comunque il mio voto è più che sincero, 5 stelle le merita tutte, e mi sembra che anche l'opinione generale mubiana sia concorde.

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    3. Ahahahaha, no, dai, ormai siamo abbastanza rodati per sorvolare anche su una stellina: solo una però :P

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  4. …quando la libertà diventa prigione....quando l'anticonformismo si trasforma in semplice massa….....quando il paradiso confina con l'inferno..

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