L'uomo di Londra (A Londoni férfi)


A Londoni férfi è un film sull'irrealizzazione, sul bisogno costante e mai pago di esser(ci), sull'amara scoperta che di quanto c'è di vero e autentico al mondo, quanto cioè dà al mondo consistenza, sconfigge l'uomo nella sua intimità, dov'è più fragile e – almeno ipoteticamente – autentico. Trasposizione cinematografica de L'homme de Londres di Simenon, guarda al romanzo francese come Edipo ascoltò l'oracolo e, nonostante i numerosi problemi che gli sono a monte (nessuna sovvenzione alle spalle, il necessario progetto di una propria casa di distribuzione, i debiti a seguire, l'interruzione di due anni dalle prime riprese e, infine, la realizzazione di un ponte che in Corsica mancava ma che lo scrupolo di Tarr ottenne sebbene per una sola scena), viene (ir)realizzato da Tarr attraverso il malessere, quel malessere che connota Maloin, il classico uomo al posto sbagliato nel momento sbagliato che s'illude d'essere stato l'uomo sbagliato nel momento giusto e che, sebbene in un primo tempo sia felice del ritrovamento pecuniario, si rende presto conto che è l'oggetto del desiderio (i soldi) a creargli quel cattivo umore, stravolgendo in questo modo il classico & lineare schema di Propp; Maloin, prima di vedersela con le autorità e con l'uomo di Londra, deve quindi vedersela con se stesso, e il fatto che Simenon non sia Dostoevskij e non voglia concentrarsi sui moti interiori del suo protagonista, complica inesorabilmente le cose, anteponendo la trama «degli eventi» a quella «dell'interiorità», ma la trama degli eventi è una trama fittizia e lo è perché ciò che accade non accade mai, e il tempo è dunque costretto a prostrarsi alle ormai familiari e requiemistiche armonie di Werckmeister e a un orologio che scandisce il tempo che non passa nella torre di vedetta, cosicché quel passato che non passa di noltiana memoria diventi il presente che, non divenendo né passato né futuro, non è più nemmeno presente. Per buona parte del romanzo e del film, Maloin pedina, anche solo psicologicamente, l'uomo di Londra e l'uomo di Londra cerca Maloin, e il tutto si risolve in una stravagante serie di incontri irrealizzati attraverso i quali Maloin prende coscienza della propria solitudine: ed è qui che l'indagine del personaggio-Maloin si trasforma in un'indagine psicologica dell'autore-Tarr, la quale anche, però, tende a irrealizzarsi nel suo procedere, vale a dire a restare propulsore & background di una tragedia che trova la sua compiutezza nella piena realizzazione di quel male agostiniano che è mancanza, deficienza, assenza: vale a dire piena irrealizzazione. Si pone qui, necessariamente, il ritorno alla caverna platonica, il momento in cui Maloin e l'uomo di Londra si trovano vis-a-vis nella rimessa degli attrezzi di Maloin. È, però, un ritorno differente rispetto a quello che ne diede lettura Platone, perché, se per il filosofo greco l'uomo che, prima schiavo dell'oscurità della caverna, esce poi alla luce del sole è libero e vede il sole e le cose sensibili e scopre l'irrealtà e la fallacia/falsità delle ombre cavernicole eccetera eccetera, quest'uomo finalmente libero non vorrà più ritornare nella caverna e ci dovrà essere quindi una sorta di costrizione per (ri)portarlo (s'intenda ovviamente che, uscito, non sarà più lo stesso-che-era) nella caverna a liberare i suoi ex-compagni, per Maloin è, al contrario, l'occasione per rendersi conto non tanto della realtà della finzione quanto della finzione della realtà. Libro e film prendono ora due strade diverse: se, infatti, il Maloin di Simenon tentenna, borbotta, temporeggia, pensa e si dà dei tempi che non rispetta e, insomma, rinvia l'uscita, il Maloin di Tarr ora non esiste più, è completamente irrealizzato. Il regista ungherese sceglie di muoversi in maniera più intimist(ic)a rispetto al romanziere francese, di modo da rispettare l'intimità dei personaggi, quell'intimità che Simenon viola per condurci nella caverna/rimessa e spiare (da dentro) cosa vi stia succedendo, mentre Tarr, dal canto suo, lascia i due personaggi soli, chiusi là dentro e non qui dentro, quasi a voler far proprio quel precetto di Bazin per cui morte e piccola morte non dovrebbero mai venir filmati. Ed ecco, allora, che la telecamera viene chiusa fuori, ad aspettare che qualcuno esca. Esclusa. Ma fuori, dov'è la telecamera e dove Maloin non vuol tornare, qua fuori, dove siamo noi, nel mondo reale e autentico – il mondo consistente – c'è la polizia che cerca l'uomo di Londra, c'è gente cui dovrebbe spiegazioni per essersi tenuto la valigetta anziché restituirla, ci sono sua moglie e sua figlia che chissà come reagirebbero nello scoprire che non l'uomo di Londra ma lui, Maloin, è in possesso della valigetta. Fuori, fuori c'è il mondo che condanna & assolve, mistifica & disorienta, c'è il mondo delle coincidenze, fuori, ed è ironico, banale, tragico che tutto si risolva in esse e per esse, e sarà questa l'estrema riflessione di Maloin, che cioè la tragedia – la grande tragedia sofoclea e shakespeariana – non sia altro che lo sbandamento di una situazione creatasi da una coincidenza, che la morte dell'Amleto e l'accecamento di Edipo non siano altro che frutti di una coincidenza degenere, negletta: e il problema è sempre quello, cioè che là fuori il mondo reale è reale, e l'unico rammarico dell'essere umano è la realtà, la realtà in quanto tale, quella della polizia, delle chemioterapie, della miseria dei sobborghi, del'oltranzismo &cc., e la realizzazione cui si appresterebbe qualora uscisse da quella caverna/rimessa comporterebbe come tutte le realizzazioni la fine di qualcosa (quel qualcosa cui Maloin non vuole rinunciare) e l'inizio di qualcos'altro (quel qualcos'altro che Maloin teme), di modo che, quando uscirà, Maloin non saprà nemmeno spiegare né spiegarsi che successe prima dell'episodio della caverna/rimessa, quasi che tutta la sofferenza trascorsa non avesse un corrispondente nella sua memoria, e allora forse, forse aveva ragione Rousseau, forse davvero il più grosso sbaglio che l'umanità abbia mai fatto è stato quello di uscire dalle caverne, perché non è detto che una concezione del reale sedimentata fuori dalle caverne sia più reale di una concezione del reale sedimentata dentro le caverne, non è necessariamente vero che a ogni grado d'esistenza corrisponda un grado di verità, quindi forse si sta meglio lì, al buio, nell'incoscienza e nell'inconsistenza.

2 commenti:

  1. È uno di quei film che devo rivedere. L'ho visto insieme a gente che berciava e faceva casino. Non si può.
    Bella recensione, però.

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    1. Curioso, di tanto in tanto scopro commenti di cui non mi era arrivata notifica per e-mail. E per fortuna che uso quasi esclusivamente la piattaforma Google! Grazie per il complimento, comunque. Di certo, "L'uomo di Londra" è un film che va visto con il giusto stato d'animo e la necessaria calma, se non anche riverenza, magari dopo aver letto l'omonimo romanzo di Simenon.

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