Django unchained


Ci sono buone ragioni per non andare a vedere Django Unchained, prima fra tutte il fatto che da troppo troppi troppo ne parlino, ed è inutile negare che, quando la sala è piena, il film faccia schifo. In più è un western, e lascia il tempo che trova stilare un’ontologia dell’isteria collettiva che avvolge un film di un genere che, ormai, ha visto il proprio successo commerciale declinare sempre più fin quasi a sparire. Il punto, però, è che è un film di Tarantino: e Tarantino è un regista con le contromadonne, o meglio è uno dei pochi statunitensi che collezionano blockbuster se non altro godibili. Questo, perché Tarantino ha confezionato una propria estetica (c’è riuscito, a differenza di altri), e a quanto pare quest’estetica piace. È in tal senso che Django centra l’obiettivo perché, sostanzialmente, non è uno spaghetti-western e, in tal senso, non è nemmeno un western, poiché del primo non ha l’antieroicità come protagonista e qui, cioè su Django Unchained, i contorni tra buono/cattivo sono ben netti & distinti, e del secondo gli manca la magniloquenza dei passaggi johnfordiani, ovvero quei campi lunghissimi che erano l’unica ragione per vedersi una mattonata di John Ford, di cui Tarantino, dal proprio film, elimina anche il tema del viaggio, che c’è ma non è predominante. Predominante, invece, è la verbosità, che continua a contraddistinguere il cinema tarantiniano e che, in questo come in altri, annacqua una storia di 80′ spalmandola in quasi tre ore. Ma c’è la musica corbucciana, ci sono le sparatoie alla John Woo che risolvono mezzora di suspense, c’è un non troppo implicito messaggio moraleggiante (l’antirazzismo) che ne accompagna uno un po’ più intrinseco (forse una vergogna nell’ammettere di essere americani?), c’è la valorizzazione dell’attorialità (vedere per credere l’espressione di Samuel L. Jackson alla sua prima apparizione) e c’è il citazionismo e c’è la filosofia spicciola cui il cinema hollywoodiano c’ha abituati, dai Coen a Tarantino. Insomma, un bel po’ di roba. Il problema è: basta? Secondo me, no. O meglio, sì, se non fosse un film di Tarantino. O forse basta proprio perché è un film di Tarantino, di questo-Tarantino (da Kill Bill in avanti) e non di quel-Tarantino (da Jackie Brown indietro). E tutto sta nella domanda: chi è Tarantino? Risposta: Tarantino non è più quello di Pulp Fiction. È un regista che conosce il suo mestiere, punto. In tal senso, Django Unchained è un buon film, che si lascia vedere e che è sopra la media dei coevi blockbuster; in un altro senso invece, e cioè quello che vuole Tarantino come geniaccio del cinema, Django Unchained è una pellicola-pastrocchio adagiata su un letto di guanciale, il tutto servito su un piatto di porcellana raffinatissima. Perché sono cose già viste, i dialoghi non stupiscono più, il citazionismo sa di stantio e troppo spesso maschera una vuotezza di fondo rilevabile nella morale del film per cui il razzismo è una brutta cosa (grazie al cazzo). E il lieto fine, questo lieto fine che distingue questo-Tarantino da quel-Tarantino e che, assieme al palesarsi sempre più opulento della sua estetica, fa di lui un regista ormai troppo schematico, prevedibile: che sa cosa il suo pubblico vuole. È come guardare una sit-com insomma, il cui unico scopo è farti sentire al sicuro e che, dunque, dev’essere prevedibile, specie nei colpi di scena, che proprio nella loro imprevidibilità sono prevedibili o, quanto meno, futuribili nella mente dello spettatore. Il che non è propriamente un male. Ma la magia di Tarantino – o il suo nodo affabulatorio, fate voi – è la pretesa di innalzare gli spettatori seduti in sala, troppo spesso così sprovveduti da non accorgersene nemmeno ma consci del fatto che stia succedendo davvero, ed è in questo senso che il citazionismo è una carta vincente, perché io, spettatore x che entra nella sala dove programmano Tarantino, sono consapevole di essere a un livello superiore rispetto allo spettatore y che entra in una sala dove – mettiamo – programmino Frankenweenie, perché Tarantino mi richiede maggiore conoscenza (si badi, non consapevolezza) cinematografica, e sebbene io non lo sappia sono conscio del fatto che, davanti a me, Tarantino sta citando questo e quel regista.
Il che fa di me un intenditore, ma non necessariamente.

2 commenti:

  1. "Tarantino non è più quello di Pulp Fiction. È un regista che conosce il suo mestiere, punto."
    e io questo post, passato in home solo ora, lo condivido nonostante io sia in disaccordo su alcuni punti.

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    1. Grazie. Pure io ho cambiato idea su molte cose, del resto è stata la mia seconda recensione, ma la sostanza la condivido ancora.

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